De tempo si va configurando una nuova linea di
pensiero: il più grande nemico del rock
italiano è il rock italiano stesso. Sì
perché stiamo tutti qui a lamentarci di
quanto poco la nostra musica sia considerata all’estero
e di quanto siamo considerati l’ultima ruota
del carro e nel frattempo non ci accorgiamo di
certe piccolissime realtà che, passo dopo
passo, non solo ce lo mettono beatamente nel culo
suonando nella lontana America, ma addirittura
raccolgono il seminato in maniera molto più
efficace che qui da noi. Ovviamente è colpa
del governo ladro e dell’erba del vicino
che è sempre più verde, però
i fatti sono che i bolognesi Franklin Delano da
fine marzo a fine maggio se ne sono andati bellamente
negli States e noi possiamo solo fargli: “Ciao
ciao” con la manina.
Il loro secondo “Like a smoking gun in
front of me” non solo è un disco
di una bellezza mostruosa, ma è anche un’opera
che può veramente rappresentare qualcosa
di importante. Forse non sotto il profilo strettamente
musicale – i professorini staranno già
obiettando che i Thin White Rope e i Red House
Painters facevano queste cose secoli fa –
ma sotto il profilo puramente filosofico. Sì
perché partendo dal basso e con un profilo
basso, facendo piccoli passi, ogni gruppo che
presenta una proposta musicale quantomeno valida
può realizzare il suo più grande
sogno: suonare all’estero (per la droga
e le donne ci sentiamo al prossimo giro). E sotto
questo punto di vista Paolo Iocca e compagne (Marcella
Riccardi e Vittoria Burattini, ex Massimo Volume)
possono essere veramente presi come esempi.
Ma parliamo di musica, sì perché
nell’arco di dieci canzoni i tre cow boy
compensano anni di tradizione folk statunitense,
li mescolano attraverso le tempeste di sabbia
del deserto, li intingono nella psichedelia e
li dilatano infine in una variabile moderna che
rende “Like a smoking gun in front of me”
un omaggio sentito e personale alla musica americana
in maniera totale. Poi, liberissimi di trovarla
noiosa, monotematica, reiterata e così
via. I gusti non si contestano, solamente non
riusciamo a non sentire nostre queste atmosfere
che puzzano di strada cotta al sole, di ombre
di cactus e di caldo soffocante, di stivali e
cavalli. Perché è l’infinito
che viene racchiuso sotto forma di cd e se avete
consumato i dischi dei Califone (tra l’altro,
Brian Deck ha pure mixato il disco a Chicago,
per dire quanto sono avanti i nostri) non potete
esimervi da innamorarvi di questo disco. Se la
smettessimo di aspettarci rivoluzioni copernicane
dal rock, staremmo molto meglio, ecco il segreto
dei Franklin Delano.
collegamenti su MusiKàl!
Califone - Heron
King Blues
Califone - Quicksand/Rattlesnakes