Molti non si saranno nemmeno accorti della loro
assenza, e tanti di più non sapranno nemmeno
chi sono. Eppure la nuova ondata rock di grupponi
e gruppetti neo brit-pop dal destino ancora incerto,
un piccolo "grazie" lo devono spendere
per i Supergrass,
che con il loro rock spensierato ma non stupido,
melodico ma non banale, sono arrivati a festeggiare
dieci anni di onorata carriera, ai margini dello
show business. A celebrare questa importante tappa
ci pensa "Life on Other Planets", un disco
semplicemente bello, come se ne vorrebbero ascoltare
tutti i giorni.
A tre anni dall'ultimo "Supergrass",
disco che sembrava presagire il passaggio definitivo
dal brit-pop ad un rock più teso e "riflessivo",
Gaz Coombes e soci, con una sonora inversione di
marcia, riabbracciano parzialmente le sonorità
e i tempi di "I Should Coco"
e di "In It For the Money".
Il primo brano, "Za", già suggerisce
cosa ci si deve aspettare. Dopo una brevissima intro
di organetto, così infantile e per questo
così dolce e onirica, ritroviamo i Supergrass
che avevamo lasciato quasi dieci anni fa: un "honky
tonk piano" martellante che scandisce il tempo
di un brano vivace ed esaltante, su cui si snoda
l'antimusicale e ironica voce di Gaz, che qui sembra
fare il verso a Marc Bolan.
I Supergrass possiedono anche la preziosissima dote
di spiazzare chi li ascolta: nessuna canzone assomiglia
a quella precedente, ogni episodio è una
storia a sé, pur mantenendo intatto quel
tocco speciale. E così si passa dall'irresistibile
rockettino ye ye di "Seen The Light" al
quasi-ska di "Brecon Beacons".
Ma eccoci al primo singolo tratto dall'album: traccia
numero 9, come nel disco precedente, e anche l'atmosfera
ci si avvicina parecchio. "Grace" è
un breve e meraviglioso rock and roll in cui alla
chitarra sembra esserci Mick Ronson e in cui pare
di sentire tutta l'irriverenza del David Bowie di
"Hunky Dory".
Ma "Life on Other Planets" è ancora
in grado di riservare gradevoli sorprese. Negli
ultimi due brani i Supergrass depongono le loro
sguaiate chitarre e si affidano a suggestive tastiere
e sintetizzatori (e qui la mano del produttore Tony
Hoffer, già con Air e Beck, si sente, eccome).
L'atmosfera si fa irrimediabilmente più cupa.
Dopo l'intensa e crepuscolare "Prophet 15",
arriva "Run". Le prime strofe del brano
sono sorrette da un dolcissimo impasto vocale. La
quiete e la serenità dei cori fanno da preludio
ad una lunga coda strumentale affidata al suono
lancinante di un synth che come una lama taglia
un giro armonico ipnotico che continua a salire,
perdendosi in vortici sonori quasi dolorosi; il
tutto per arrivare a spegnersi gradualmente, e lasciare
posto solo a quell'organetto d'infanzia che all'inizio
aveva aperto questo curioso viaggio. Bello, da rimanere
ammutoliti.
Forse molti non ne avranno sentito la mancanza,
ma per chi ha amato la fantasia, l'ironia, e l'autentico
talento di questo gruppo, un disco come "Life
on Other Planets" è un potente antidoto
contro la noia sonora.
1.
Za
2. Rush Hour Soul
3. Seen The Light
4. Brecon Beacons
5. Can't Get Up
6. Evening Of The Day
7. Never Done Nothing Like That Before
8. Funniest Thing
9. Grace
10. La Song
11. Prophet 15
12. Run