Bowie ama, Berlino (cor)risponde. A mo’ di tardivo omaggio per lo storico soggiorno del musicista inglese nella capitale tedesca, l’etichetta teutonica della Rapster restituisce il favore e chiama a raccolta dodici giovani maestranze dell’elettronica internazionale (ma perlopiù dagli Stati Uniti). Si tratta di nomi poco conosciuti ai più, e che forse proprio per questo cercano di arrivare al grande pubblico selezionando piccoli tocchetti del Duca Bianco da immolare sulla consolle del Deejay: Quel che per primo salta all’orecchio è quanto ancora - pure a distanza di trent’anni e passa dalla trilogia berlinese, Brian Eno e tutto il resto - parole quali “krautrock” o “new wave” riacquistino un proprio senso ogni qual volta che si parla di intrugli fra rock e disco e, nella fattispecie, delle movimentate linee di basso come quelle che fanno da traino a molti dei pezzi qui riproposti (la “Loving The Alien” rifatta dagli Heartbreak).
L’intento dichiarato dei tributanti rimane comunque quello di superarlo il maestro: laddove i benemeriti Spiders nei primi Settanta si preoccuparono di segnalarci che, sì, c’era vita su Marte, qui fin dal titolo ci si propone di andare “oltre”, e ogni stravolgimento diventa lecito. Partendo dal minimalismo rispettoso degli americani Au Revoir Simone si va via via scemando dal modello bowiano per approdare a tutt’altre derive, quelle dei club e della sperimentazione elettronica: da’altronde chi mai fino a ieri poteva sospettare che la notoria melodia di “Life On Mars” avrebbe potuto dare adito a tante e tali fantasie cacofoniche da parte di certi The Thing?
Il giusto mezzo potrebbe essere l’intrigante funky rock che gli Zoos Of Berlin ci propongono su “Looking for Water”, ma in un contesto sconclusionato com’è questo ha decisamente più senso sbizzarrirsi ad escogitare una Palma per il Cattivo Gusto, e il riconoscimento toccherebbe senz’altro al signor Kelly Polar: per rimaneggiare “Magic Dance” l’houser del New Hampshire ha pensato bene di ricantarne il testo in una traduzione italiana (???) e di riesumare nientemeno che i vecchi e cari vocoder, strumenti sui quali presto o tardi la Comunità dell’Elettronica dovrà decidersi a convocare un Concilio Straordinario (tema: “esiste davvero la benché minima possibilità che qualcuno ritenga ancora ‘futuribile’ un effettaccio come questo, che già ai tempi della propria invenzione puzzava da lontano un miglio di b-movie e fantascienza posticcia?”).
Ai puristi di Bowie, costretti ad assistere impotenti al macello del proprio beniamino per quarantacinque minuti, va tutta la nostra solidarietà: a tutti gli altri più di bocca buona non rimane che raccogliere l’invito, o meglio, la sfida: Let’s Dance! (se ci riuscite…)
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