Nessuno ha mai messo in discussione che i Liars
siano completamente fuori di testa. Né è legittimo
porsi delle aspettative da una band che ha sempre
camminato compiaciuta sull’orlo dell’irrazionalità più caotica
e dissacrante, come quegli acrobati da circo
che sfidano la gravità in equilibrio su
una corda, con tutti i rischi del caso. Tuttavia
era difficile pensare a un disco simile, dopo
la progressiva virata dall’esuberante post-punk
dalle venature electro-funk di “They Threw
Us All In A Trench And Stuck A Monument On Top” passando
per i baccanali tra disco e industrial di quel “They
Were Wrong So We Drowned” da Pop Group
del Terzo Millennio, l’ideale transizione
per l’estrema “tribalizzazione” delle
ritmiche nell’ostico e claustrofobico capolavoro
berlinese, “Drum’s Not Dead”.
Basta
ascoltare i primi due brani per rendersi conto
della svolta del quarto LP dell’eccentrico
terzetto newyorkese. “Plaster Casts Of
Everything”, pur arrangiata e strutturata
con la loro peculiare spigolosità, sembrerebbe
scritta dai Queens Of The Stone Age, “Houseclouds” da
Beck con quel beat sculettante inseguito da minimali
incursioni elettroniche. Svolta cantautorale,
come sarcasticamente aveva annunciato quel licantropo
dalle sembianze umane di Angus Andrew? A dirla
tutta, ascoltando il lisergico trip-hop di “Sailing
To Byzantium” o l’eterea ballad conclusiva
alla Radiohead – “Protection” -
a base di organo e orchestrazione, qualche dubbio
viene sul serio, soprattutto sentendolo cantare.
Canto, nel vero senso termine, una dote occultata
da quel timbro monocorde che almeno nei primi
due album era sempre pronto a sfociare in gemiti,
sospiri e latrati. Ciò che sorprende non è tanto
quest’avvicinamento alla forma canzone
in parte palesato nel precedente episodio della
saga-Liars, quanto l’abbandono di quell’omogeneità tipica
dei concept-album nel saper creare atmosfere
uniformi e non monotone dalla prima all’ultima
traccia.
Se “Cycle Time” segue le
tracce “rock” della poderosa apertura
rielaborandole in quei canoni di nevrotica instabilità funk, “Clear
Island” presenta delle scorie acide electro-rock
molto Primal Scream, “Freak Out” ha
i tratti di un omaggio chissà quanto consapevole
allo straniante shoegaze dei Jesus And Mary Chain.
Nessun plagio e nessuna scopiazzatura, escluso
forse quest’ultimo “omaggio”,
sia ben chiaro, perché il tocco dei Liars
si sente eccome. Nelle cupe intuizioni di Aaron
Hemphill diviso tra synth e chitarre quanto nelle
inimitabili trame ritmiche dell’indemoniato
Julian Gross. Se i bruschi cambi di atmosfera
rappresentano la Novità, i caotici baccanali
alla Liars sono quello che ci si aspetta da loro,
e loro, non deludono le attese. Dai quattro minuti
di delirio post-industriale da moderni Throbbing
Gristle di “Leather Prowler” a “Pure
Unevil” che ribadisce la fama di figli
illegittimi di maestri della dissonanza no-wave
quali i This Heat e il leggendario Pop Group.
Spiccano infine due delle tracce che meglio avrebbero
figurato nell’inquietante magnetismo di “Drum’s
Not Dead”, lo spettrale sabba di “The
Dumb In The Rain” e la stridente “What
Would They Know”, un ponte lungo quarant’anni
tra la sotterranea New York dei Velvet Underground
e la contraddittoria New York post-11 settembre.
Ideali colonne sonore e inconsapevoli esemplari
dell’instabilità di questo inizio
millennio, i Liars continuano a dare speranze
alla scena musicale internazionale. Questo “Liars”,
al di là dei suoi limiti, è una
piacevole conferma oltre che la prova di maturità che
ci si aspettava dopo sei anni di eccessi e provocazioni.
Per quelle resta sempre il palco. Per fortuna.
collegamenti su MusiKàl!
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Liars - They
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