Gli HTRK vengono dall’Australia. La voce
e le atmosfere sono da PJ
Harvey sotto MDMA.
Il cino-australiano alla chitarra svisa tra effetti
e feedback, il bassista propone e ripete lo stesso
giro di basso fino alla fine del pezzo, un po’ come
i primi Tuxedomoon. Lei fa lo stesso con il tamburo.
Brani minimali, ipnotici e monocorde, senza particolari
guizzi o variazioni, che si rivelano un buon
sottofondo propedeutico.
Anche perché i
protagonisti non sono loro, né dopo i
toni saranno della stessa natura. Quindi meglio
conservare le giuste energie mentali, per la
prima data italiana della tornata europea dei
Liars. Attesissima.
Perché, difficile
negarlo, sono una delle band più significative
e originali dell’arido panorama musica
attuale.
Perché dal vivo sono una garanzia.
Perché, dopo il primo lp, in tre anni
o poco più hanno regalato una scossa con
il macabro electro-industrial di “They
Were Wrong So We Drowned”, un capolavoro
vero con l’angosciante tribalismo di “Drum’s
Not Dead” – si sono attestati su
buoni livelli con il variegato eponimo della “svolta
cantautorale”.
Perché, ciò che
suscita maggior curiosità, è da
appurare quanto possa incidere questo presunto
mood da songwriter preannunciato da Angus - almeno
negli intenti - sulle loro performance live,
note per una propensione tutt’altro che
votata alla moderazione e al controllo dei volumi.
Basta poco, pochissimo per ricredersi: l’introduzione
sufficientemente tribale e l’entrata in
scena del gigantesco Angus Andrew. Incrocio genetico
tra Thurston Moore, il giovane Nick
Cave dei
Birthday Party, suo connazionale a cui i tre
devono non poco, e un licantropo. Completamente
monocromo, giacca bianca, gilet bianco, camicia
bianca, scarpe bianche da ghetto-boy di Brooklyn,
calzettone bianco e pantalone bianco che mette
in risalto i contorni di un inequivocabile quanto
discutibile tanga. Dà l’idea di
uno di quei prodotti mentali da visioni Lynch-iana.
Non solo nel look, ma per come si agita quasi
latrando completamente immerso nelle dissonanze
no wave tra primi Sonic
Youth e This Heat di “Hold
Hands And It Will Happen Anyway”. Sempre
dal secondo album, non si potrà sfuggire
al funereo industrial di “We Fenced Other
House With The Bones Of Our Own” che trascinerà tutti,
nessun escluso, nell’invocazione sabbatica “Fly
fly, the devil’s in your eye. Shoot, shoot!”.
Un concerto dei Liars a tratti assume i connotati
di uno stato di ipnosi collettiva. Non tanto
nelle canzoni dell’ultimo album, dall’acerbo
shoegaze di “Freak Out” alla psycho-caramella “Pure
Unevil” (che Andrew presenta come una lovesong dedicata a vari amici e a Bologna) in cui i demoni
evocati rispondono più semplicemente al
nome di Jesus & Mary Chain. Suonate, suonate
anche molto bene quasi a rivelare quelle doti
compositive nascoste dalla furia e dall’instabilità che
li ha sempre caratterizzati, come dimostra una “Houseclouds”,
rilassata e naif tra madchester e Beck, nel ritornello
quanto nell’irresistibile tappeto ritmico
costruito da Julian Gross alla batteria e da
Aaron Hemphill, duttile chiave di volta dell’inconfondibile
architettura sonora del terzetto (oggi quartetto,
con un altro chitarrista di sostegno), oltre
che risposta indie a Lo Cascio.
Tra le nuove
proposte stasera, solo una nevrastenica “Plaster
Casts Of Everything” ha la spontaneità irrazionale
e il potenziale da assalto supersonico che solo
loro, e non a caso è scelta per chiudere
prima del bis con l’infervorato Andrew
che, oltre alle consuete danze acide, infila
il microfono un po’ ovunque prima di lasciarsi
cadere tra i piatti. Il resto lo fa un’inaspettata
dedizione nell’attenzione riservata al
meraviglioso “Drum’s Not Dead”.
Non mancano quelli dedicati alla creatura più cruda
e abietta, Drum. Non mancano quelli ispirati
a Mt.Heart Attack, il suo lato più etereo
e ineffabile. E nella fortuna formula fatta di
chitarre dilatate e nervose, echi e riverberi
che spingono la voce verso il nulla, spadroneggia
ovviamente la peculiarità dell’album,
le percussioni, tribali e ossessive. Dalle frustate
lancinanti di “Drum And The Uncomfortable
Can” – ovvero come gli Einstürzende
Neubaten reinterpreterebbero il Pop Group – al
loro amalgamarsi nei fragori apocalittici di “Let’s
Wrestle Mt.Heart Attack” passando per un’altra
esperienza d’ipnosi, “A Visit From
Drum”. Le ritmiche del tandem Hemphill/Gross
diventano martellanti, inarrestabili, insostenibili,
piacevolmente disturbanti. Il delirante Andrew
ne è pervaso, nei movimenti da vero posseduto
così come nella voce che alterna sospiri,
gemiti e virate gutturali al suo peculiare falsetto,
che poi di falsetto comunemente inteso avrebbe
ben poco. La catarsi di “The Other Side
Of Mt.Heart Attack”, incantevole ballad a
modo loro, è lo stacco indispensabile
per reggere emotivamente dopo quasi un’ora.
L’altra sosta, nel bis, con gli stranianti
stridori della lisergica “Be Quiet Mt.Heart
Attack” si rivela fugace ed effimera, sfociando
in uno degli episodi più allucinati della
loro saga. Una lunga scarica di elettricità lungo
la schiena con la voce di un Angus completamente
perso nelle vesti di inquietante apparizione
luciferina, che va a sbattere contro-tempo tra
i ritmi convulsi e spigolosi della sconvolgente “Broken
Witch”.
Con il rituale conclusivo della
trance collettiva in una nuova invocazione, meno
sommessa se non urlata visceralmente
“I,
I am the boy.
She, she is the girl.
He, he is
the bear.
We, we are the army you see through
the red haze of blood”
Con quel blood che
si ripeterà, cinico e ammonitorio, chissà quante
volte, sul palco e nella mente.
Solo quando le
orecchie finiranno di fischiare, si potrà provare
a riflettere su questi nuovi Liars pseudo-cantautorali.
In definitiva l’impressione, che conferma
e anzi consolida quella sulla loro produzione
in studio, è che tra vent’anni si
potrà dire con orgoglio “Ai
miei tempi c’erano i Liars”.
1. hold hands
and it will happen anyway
2. drum and the uncomfortable
can
3. freak out
4. a visit from drum
5. houseclouds
6. let's not wrestle mt.heart attack
7. pure unevil
8. we fenced other houses with the bones of our
own
9. the other side of mt.heart attack
10. plaster
casts of everything
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11. be quiet mt.heart attack
12. broken witch
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