Ho sempre provato un amore particolare per le
creature partorite nel corso degli anni da Bonnie
‘Prince’ Billy: che fossero a firma Will Oldham,
Palace, Palace Music, Palace Brothers e chi più
ne ha più ne metta, si è sempre
trattato di lavori unici nel loro genere. Era
come se questo barbuto strano uomo del sud cambiasse
pelle e attitudine a ogni moniker usato, capace
di farti sprofondare con sè nelle più
oscure e infernali profondità della terra
come in “I See a Darkness” (il suo capolavoro,
probabilmente insuperabile) o di farti ubriacare
insieme al suo cantato per le sagre contadine,
in attesa del momento sublime in cui la pro loco
designa il vincitore del premio “zucca più grande”
dell’anno.
Un lungo viaggio nell’atmosfera, questi sono
sempre stati gli album precedenti a “The Letting
Go”: che per la prima volta si sporca, si infetta,
si mescola cercando di mescolare le anime del
suo creatore. Senza riuscirci più di tanto, in
realtà, ed è questo ad ammalare l’anima di chi
scrive. Se è vero che l’album parte in quarta
in maniera a dir poco splendida, con una “Love
Comes to Me” che è figlia del folk più puro che
memoria ricordi, è altrettanto vero che i tre
pezzi che la seguono (“Strange Form of Life”,
“Wai” e soprattutto “Cursed Sleep”) procedono
lentamente, a strattoni, senza quel colpo di genio
che dovrebbe rivalitarle ma, e questo è ancora
più grave, senza che si percepisca una motivazione
alla loro esistenza. E non è che le cose migliorino
più di tanto – bè, forse un pochino sì in realtà
– con “No Bad News”, “Cold&Wet” e “Big Friday”:
tutte troppo programmaticamente legate allo standard,
tutte ovvie, ricicli di canzoni con la c maiuscola
del passato.
Bisogna aspettare “Lay and Love” e la sua perdizione
disillusa per respirare aria a pieni polmoni:
il country si fa meno standardizzato, l’ispirazione
sale di livello notevolmente, le voci di Bonnie
e Dawn McCarthy si fondono fra di loro in maniera
a dir poco poetica. Eccolo, il cantaturore che
si nascondeva e che invece, dio santo, le canzoni
le sa ancora scrivere, eccome se le sa scrivere!
“The Seedling” è un blues malato, contorto, spezzato
dall’elettricità, da un piano elettrico fantasmatico
e da violini maligni, in cui Bonnie Prince Billy
fa il Tom Waits
della situazione senza alcun timore. Finisce l’inferno,
si cerca nuovamente la pace in “Then the Letting
Go” e si capisce che quest’ultima è una chimera
in “God’s Small Song”. Se “Called You Back” è
una chiusura deludente, dopo un crescendo simile,
fortunatamente l’ultima parola spetta alla ghost
track narrata su due diversi piani dalla voce
di Bonnie ‘Prince’ Billy. Che regala un album
in fin dei conti deludente (si finisce in crescendo,
ma restano sempre lì almeno sette canzoni tutt’altro
che indispensabili) ma capace di qualche colpo
di coda non indifferente. Basta? Assolutamente
no. Fa sentire un po’ meglio dopo le paturnie
iniziali? Sì.
Ps. Chi ha voglia e tempo si ripeschi i due recenti
film indipendenti – entrambi visti al Festival di
Torino - nei quali il nostro recita: “The Guatemalan
Handshake” e “Old Joy” (molto bello il primo, ben
più che piacevole il secondo).
collegamenti su MusiKàl!
Bonnie Prince Billy - Summer
In The Southeast
Bonnie Prince Billy - Master
and Everyone
Bonnie Prince Billy + Howe Gelb - Concerto
in Piazza della Molinella (Faenza)
Matt Sweeney and Bonnie 'Prince' Billy
- Superwolf
Bonnie "Prince" Billy & Tortoise
- The
Brave And The Bold
Tom Waits - le
recenisoni