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METAL URBAIN
Les hommes mortes sont dangeroux (France-Celluloid, 1978)
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recensione di Raffaele Meale scrivi un'email


È opinione generalmente diffusa identificare il punk degli esordi in due categorie geometricamente distinguibili: anglosassone e statunitense. Ma la verità è che in Europa alla fine degli anni ’70 non solo Londra bruciava. E se in Italia la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione scambiava la musica con la moda – fino al paradosso di far rientrare nel genere di Clash e Ramones la colorata apatia politica di una giovane Anna Oxa Live in Sanremo -, i giovani tedeschi ci davano sotto seriamente, arrivando a fondare a Pankow (l’ex quartiere della periferia nord di Berlino Prenzlauer Berg, laddove iniziò la costruzione del muro che pretendeva di dividere in maniera manichea occidente/oriente, capitalismo/comunismo, buoni/cattivi) una vera e propria comunità punk, talmente celebre e (ri)conosciuta da diventare punto d’incontro e meta per buona parte della gioventù europea inadatta al vivere borghese – ricordate il “Live in Pankow” urlato e incessante di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni? -.

Ma è a Parigi che, lontano dal clamore mass-mediatico d’oltreoceano e d’oltre Manica, il punk continentale tocca uno dei suoi vertici storici. Il nome di Eric Débris probabilmente è destinato a rimanere nell’immaginario collettivo un privilegio per pochi, schiacciato dalla mole imponente dei Joey Ramone, dei Sid Vicious, dei Joe Strummer, dei Pete Shelley, dei Jello Biafra e dei Darby Crash. A cosa è dovuta questa mancanza di notorietà? Sicuramente a diversi fattori: innanzitutto, come accennato sopranzi, Parigi è tuttora la Mecca del can can, del Mouline Rouge e non è considerata capitale del punk, e in secondo luogo la band di Débris fu una delle prime a distaccarsi dal cantato in inglese per riappropriarsi della propria madre lingua. Scelta determinante e assolutamente da non sottovalutare: in un ideale percorso non solo musicale ma anche e soprattutto politico la decisione di cantare in francese assume dei contorni rivoluzionari notevoli.

L’andare contro la forma conservatrice standard (il cantato in inglese) diventa anche la spinta per avvicinare i francesi delle periferie, delle banlieu ai proclami di lotta e di anarchia sociale promulgati dai Metal Urbain; tutti coloro che non hanno mai potuto studiare inglese hanno la possibilità di capire e sentire vicini gli inni di rivolta incisi dalla band. Inni tutt’altro che addolciti o consolatori; nell’incessante corsa disturbata e rumorista di “Panik” Clode Panik (il cantante della band) afferma “Tu braques le président/explose sa gueule/rouge rouge rouge et noir/poupée dégonflée/Panik pouvoir/Panik anarchie” e in “Paris maquis” rincara la dose con lo straordinario ritornello “Assassine l’état dans la poche, je te juge l’état contre moi…fasciste!”. La musica dei Metal Urbain è un particolare incrocio tra i feedback e i fragori chitarristici tipici di un certo punk e la sintetizzazione di suoni che fece la fortuna dei Suicide; in effetti più che a certe evoluzioni del rock’n’roll che esibivano i Ramones e a pastiche transgender in stile Clash il sound di Débris e compagnia si avvicina proprio alle ipotesi di ibridismo tra elettronica e punk di Alan Vega e Martin Rev.

Questa comunione di amorosi sensi diventa inequivocabile allorquando ci si trova a dover fare i conti con una canzone come “Lady Coca Cola”: non è più la chitarra a dettare i tempi e a strutturare l’architettura al di là della ritmica, ma il contrario. Le saturazioni e le improvvise plettrate sono gettate nella mischia del synth e della drum machine e sono costrette a conviverci, mentre il cantato sconfitto e apatico cerca di trovare gli ultimi sprazzi di vita urlando nella reiterazione dell’immagine della dolcezza evocata dal termine “Lady”. Il gioco del contrasto e della negazione dello standard raggiunge il suo obiettivo e lo annienta definitivamente. Spesso e volentieri a fare capolino dalle curve della memoria è il volto di Lou Reed, John Cale, Maureen Tucker e Sterling Morrison, ma dopotutto nel 1978 un riferimento simile sembrava – giustamente – impossibile da evitare; ma raramente nella musica dei transalpini c’è la volontà di rallentare la propria insoddisfazione e di pacificarsi. Nel percorso infernale del 1977/1978 parigino non c’è evidentemente spazio per una “Femme fatale”; quello che era un velluto sotterraneo si è trasformato in un semplice e inequivocabile metallo urbano. Che colpisce al cuore, fragoroso e privo di accondiscendenza. E che forse, ascoltato e compreso nella sua importanza storica, può anche far intuire i prodromi di quella che fu la più esaltante avventura punk nella nostra penisola, ovvero i CCCP – Fedeli alla linea.

Come la regola non scritta della musica vuole, il mito è destinato a estinguersi ben presto se vuole contare su una duratura memoria; così l’avventura dei Metal Urbain da Parigi durò neanche quattro anni, il tempo di alcuni singoli e di questo, eccezionale testamento che è “Les hommes morts sont dangereux”. Ora tutto ciò che la band ha composto è possibile trovarlo in un blocco unico di ventiquattro tracce in “Anarchy in Paris!” – edito dalla Acute Records - che, titolo idiota a parte, è acquisto consigliato veramente a tutti gli amanti della musica. Per provare ad aprire gli occhi al di là di ciò che già si conosce e di ciò che ci è sempre stato raccontato.

collegamenti su MusiKàl!
CCCP - la Kalporzgrafia
The Clash - London Calling
Suicide - Suicide
Velvet Underground - White Light/White Heat
Velvet Underground - Velvet Underground & Nico
Lou Reed - le recensioni




17 luglio 2005


Track list:

1. Panik
2. Paris maquis
3. Hystérie connective
4. Lady Coca Cola
5. Clé de contact
6. Pop poubelle
7. Ghetto
8. Ultra violence
9. Futurama
10. Snuff Movie
11. Numero Zero
12. 50/50
13. Atlantis
14. Anarchie au palace
15. E 202
16. Creve salope
17. Hystérie connective (Early Version)



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