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LEMONHEADS
Concerto al Nuovo Estragon (Bologna) (7 novembre 2006)
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di Michele Sarda scrivi un'email

Ci sono concerti per cui faresti comunque di tutto. Magari tentenni, tentenni e rinvii la decisone all’ultimo, ma poi non riesci a decidere di poterne fare a meno, troppa sarebbe la delusione per aver mancato l’appuntamento. E allora decidi di fottertene solennemente di tutte le complicazioni del caso, dalle distanze alla mancanza di pecunia, e alzi il culo. Se poi sai di poter contare sui soliti quattro (letteralmente) pazzi, con i quali hai macinato più chilometri di un camionista perennemente sotto anfetamine, ti senti più sicuro, e pensi che non c’è niente da preoccuparsi. Le cose andranno di sicuro per il meglio.

Perciò parti prima di essertene reso conto, e arrivi a destinazione prima ancora. Anche perché il nuovo Estragon (non che io sia mai stato al vecchio) è piuttosto facile da raggiungere, soprattutto per chi negli ultimi anni ha frequentato i vari festival con sede all’Arena Parco Nord. Da fuori, il tendone non sembra particolarmente rassicurante, e nemmeno confortevole. Una volta entrato cambi idea: spazioso, caldo, dotato di bar e guardaroba non esosi e megaschermi su più lati. Insomma, ti ritrovi a pensare che forse si tratta della serata perfetta per il concerto perfetto.

In men che non si dica, Eugene Kelly è già sul palco. Il cantautore scozzese ex-Vaselines non si fa certo notare per un talento compositivo unico o per una tecnica chitarristica inimitabile, ma regge il palco con sicurezza e non annoia più di tanto. Forse è perché hai fatto e deciso tutto così in fretta, forse è perché fa freddo, forse qua e forse là, sta di fatto che senti salire una certa inquietudine a tormentarti le viscere... Sei gasato, decisamente. Perché sai che comunque un concerto dei Lemonheads ha tutto quello che ti serve: chitarre a valanga, melodie irresistibili, scaletta lunghissima e completa, con tanti pezzi vecchi e tanti nuovi dall’ultimo album omonimo, che ti piace decisamente tanto.

Dando e la ex sezione ritmica dei Descendents salgono sul palco, una botta sul microfono e via: "Down about it". Che goduria, pensi, se sarà tutto così ci lascio il cuore. E poi, all’improvviso, l’alchimia si spezza. Evan interrompe il pezzo, non è contento del suono dell’ampli. E cambia il cavo, e cambia le pile agli effetti, e cambia chitarra, e prova ad accennare un pezzo ogni tanto. Dopo una vergognosa "No backbone", brano in teoria deflagrante ma in questo caso zoppo e pateticamente pulito, Evan lancia in aria la Gibosn bianca di riserva, saluta e se ne va.

Ci si guarda negli occhi, increduli. Qualcuno rumoreggia. Lui torna sul palco, si arma di acustica, chiede scusa per i disguidi e suona qualche pezzo in solitaria. Ma l’atteggiamento non cambia, qualcosa nell’atmosfera si è rotto e d’ora in avanti non potrà che andare tutto storto. Evan sembra sempre più insofferente, nonostante sorrida e scherzi con i compagni che ogni tanto ricompaiono sul palco. Il gruppo continua ad andare nel backstage e a tornare, sembra indeciso e titubante: vorrebbe farla finita ma sa che deluderebbe il pubblico, che magari non è numerosissimo ma è abbastanza coinvolto, almeno inizialmente. Ma non è facendo buon viso a cattivo gioco che si risolvono problemi come questi. Basti come dimostrazione una "Rudderless" in versione acustica insostenibilmente asfittica e sciapa. Ci si rende conto di essere alla frutta quando il bassista deve ricorrere a un minimo di distorsione per dare un po’ di spinta al sound.

Terribile a dirsi, una volta finito ci si ritrova a pensare “beh, per fortuna…” A conti fatti il tutto è durato qualcosina più di tre quarti d’ora, uno sputo quando ci si aspettava un oceano. Non solo insoddisfacente, ma anche doloroso: non si poteva prevedere una simile defaiance da parte di uno dei propri eroi, e il boccone è davvero amaro da inghiottire.

Si va via con le pive nel sacco, mogi mogi, mentre anche il locale sembra essersi intristito, visto che è appena la mezza e già stanno chiudendo. Qualche irriducibile chiede ai tecnici una scaletta, soltanto per scoprire con amarezza che gran parte dei pezzi sono stati saltati… Qualche anima in pena non ci sta, e si aggira nei dintorni del bus del gruppo, solo per sentirsi dire che ormai è troppo tardi per tutto. La serata sbagliata, non c’è dubbio.

Setlist:

Down about it
Tenderfoot
Bit part (saltata)
Confetti
Ride with me
Black gown
Become the enemy
Pittsburgh
Alison’s starting to happen
No backbone
Baby's home
Turnpike down
Hospital
Frank Mills
Can't take it anymore
Hannah & gabi (saltata)
It’s a shame about Ray
Into your arms
Tavorite T (saltata)
It's about time (saltata)
Drug buddy
Let's just laugh (saltata)
Rudderless

collegamenti su MusiKàl!
Lemonheads - Lemonheads



17 novembre 2006




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