Ci sono concerti per cui faresti comunque di
tutto. Magari tentenni, tentenni e rinvii la decisone
all’ultimo, ma poi non riesci a decidere di poterne
fare a meno, troppa sarebbe la delusione per aver
mancato l’appuntamento. E allora decidi di fottertene
solennemente di tutte le complicazioni del caso,
dalle distanze alla mancanza di pecunia, e alzi
il culo. Se poi sai di poter contare sui soliti
quattro (letteralmente) pazzi, con i quali hai
macinato più chilometri di un camionista perennemente
sotto anfetamine, ti senti più sicuro,
e pensi che non c’è niente da preoccuparsi.
Le cose andranno di sicuro per il meglio.
Perciò parti prima di essertene reso conto,
e arrivi a destinazione prima ancora. Anche perché
il nuovo Estragon (non che io sia mai stato al
vecchio) è piuttosto facile da raggiungere,
soprattutto per chi negli ultimi anni ha frequentato
i vari festival con sede all’Arena Parco Nord.
Da fuori, il tendone non sembra particolarmente
rassicurante, e nemmeno confortevole. Una volta
entrato cambi idea: spazioso, caldo, dotato di
bar e guardaroba non esosi e megaschermi su più
lati. Insomma, ti ritrovi a pensare che forse
si tratta della serata perfetta per il concerto
perfetto.
In men che non si dica, Eugene Kelly è
già sul palco. Il cantautore scozzese ex-Vaselines
non si fa certo notare per un talento compositivo
unico o per una tecnica chitarristica inimitabile,
ma regge il palco con sicurezza e non annoia più
di tanto. Forse è perché hai fatto
e deciso tutto così in fretta, forse è
perché fa freddo, forse qua e forse là,
sta di fatto che senti salire una certa inquietudine
a tormentarti le viscere... Sei gasato, decisamente.
Perché sai che comunque un concerto dei
Lemonheads ha tutto quello che ti serve: chitarre
a valanga, melodie irresistibili, scaletta lunghissima
e completa, con tanti pezzi vecchi e tanti nuovi
dall’ultimo album omonimo, che ti piace decisamente
tanto.
Dando e la ex sezione ritmica dei Descendents salgono
sul palco, una botta sul microfono e via: "Down
about it". Che goduria, pensi, se sarà
tutto così ci lascio il cuore. E poi, all’improvviso,
l’alchimia si spezza. Evan interrompe il pezzo,
non è contento del suono dell’ampli. E cambia
il cavo, e cambia le pile agli effetti, e cambia
chitarra, e prova ad accennare un pezzo ogni tanto.
Dopo una vergognosa "No backbone", brano
in teoria deflagrante ma in questo caso zoppo e
pateticamente pulito, Evan lancia in aria la Gibosn
bianca di riserva, saluta e se ne va.
Ci si guarda negli occhi, increduli. Qualcuno
rumoreggia. Lui torna sul palco, si arma di acustica,
chiede scusa per i disguidi e suona qualche pezzo
in solitaria. Ma l’atteggiamento non cambia, qualcosa
nell’atmosfera si è rotto e d’ora in avanti
non potrà che andare tutto storto. Evan
sembra sempre più insofferente, nonostante
sorrida e scherzi con i compagni che ogni tanto
ricompaiono sul palco. Il gruppo continua ad andare
nel backstage e a tornare, sembra indeciso e titubante:
vorrebbe farla finita ma sa che deluderebbe il
pubblico, che magari non è numerosissimo
ma è abbastanza coinvolto, almeno inizialmente.
Ma non è facendo buon viso a cattivo gioco
che si risolvono problemi come questi. Basti come
dimostrazione una "Rudderless" in versione
acustica insostenibilmente asfittica e sciapa.
Ci si rende conto di essere alla frutta quando
il bassista deve ricorrere a un minimo di distorsione
per dare un po’ di spinta al sound.
Terribile a dirsi, una volta finito ci si ritrova
a pensare “beh, per fortuna…” A conti fatti il
tutto è durato qualcosina più di tre quarti
d’ora, uno sputo quando ci si aspettava un oceano.
Non solo insoddisfacente, ma anche doloroso: non
si poteva prevedere una simile defaiance da parte
di uno dei propri eroi, e il boccone è
davvero amaro da inghiottire.
Si va via con le pive nel sacco, mogi mogi, mentre
anche il locale sembra essersi intristito, visto
che è appena la mezza e già stanno
chiudendo. Qualche irriducibile chiede ai tecnici
una scaletta, soltanto per scoprire con amarezza
che gran parte dei pezzi sono stati saltati… Qualche
anima in pena non ci sta, e si aggira nei dintorni
del bus del gruppo, solo per sentirsi dire che
ormai è troppo tardi per tutto. La serata
sbagliata, non c’è dubbio.
Setlist:
Down about it
Tenderfoot
Bit part (saltata)
Confetti
Ride with me
Black gown
Become the enemy
Pittsburgh
Alison’s starting to happen
No backbone
Baby's home
Turnpike down
Hospital
Frank Mills
Can't take it anymore
Hannah & gabi (saltata)
It’s a shame about Ray
Into your arms
Tavorite T (saltata)
It's about time (saltata)
Drug buddy
Let's just laugh (saltata)
Rudderless
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