Tra le piacevolezze che la scena transalpina
sta riservando negli ultimi anni, ecco inserirsi
l'opera prima di Miro, il quale si merita la chance
con una grande major come la Sony grazie ad una
lunga gavetta fatta di piccoli locali e di stazioni
del metrò parigino. Nato nel '68 ad Amsterdam
da mamma italiana, babbo francese ed avi tunisini,
Miro divide la sua gioventù tra Italia,
Francia, Nordafrica e Germania, assorbendo in
questo modo culture e lingue diverse. Tali peregrinazioni
evidentemente forgiano il carattere del ragazzo,
che presto lascia casa per una vita autonoma e
zingara. Appassionato di musica, egli si improvvisa
autodidatta imparando a suonare basso, chitarra
e batteria, l'essenziale per divenire un vero
one man band.
"La voix du vaurien", pur essendo un
esordio, è la fotografia della maturità
di un artista che si è forgiato on the
road e che ha sviluppato un'interessante tecnica
strumentale, abbinata a composizioni fresche e
disincantate, testate più volte davanti
all'attenzione del giovane, alla curiosità
del turista, alla noia del pendolare in quell'intricato
e pulsante mondo sotterraneo che è la rete
metropolitana della Ville Lumière.
Miro è affascinato in primis dal funky,
e poi da ballate che stanno a metà tra
la tradizione francese anni '70-'80 (Alain Bashung
e Alain Souchon) e l'american mainstream. La parte
più godibile dell'album è quella
dove l'anima nera e sporca, quindi funky, viene
fuori. Il brano d'apertura è straordinario
nella sua dinamica ritmica, un vero invito in
pista: il giro di basso è potentissimo
e fisico, l'intermezzo fatto di telefonate di
insospettabili funk addicted è molto divertente
ed originale. Questa ricerca del right rhythm
trova sfogo nella stupenda "Réaction
en chaine", polemica e vagamente lasciva,
un pezzo che ricorda molto la tensione del crossover
à la Urban Dance Squad. Sul fronte ballads
spicca la bellissima "Droit de regard",
un incrocio tra jingle jangle byrdsiano e tipico
disincanto marca Jacques Dutronc, probabilmente
il vero capolavoro del disco, orecchiabile e pregnante
al tempo stesso. Affascinante inoltre l'uptempo
con aperture Fender Rhodes molto soul di "TBTC"
e l'obliquità stanca de "L'absent",
situata in territori anglofoni, limitrofi a quelli
di Kinks e Blur.
L'unico appunto che si può forse muovere
a "La voix du vaurien" risiede in una
troppo marcata divisione qualitativa, una prima
parte (fino alla reprise di "Toutes les filles
du monde") eccelsa che sfuma in un finale
non proprio all'altezza del brio e dell'inventiva
proposta poco prima: una scelta più accurata
della scaletta o meglio, una scrematura più
attenta dei brani avrebbe giovato all'impianto
globale. Comunque, un disco decisamente sopra
la media e soprattutto un artista che sembra conoscere
piuttosto bene alcune auree regolette per arrivare
alla perfect pop song e, di riflesso, al nostro
cuore.
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