“Brucia queste lenzuola in cui abbiamo
appena scopato”. E, poco, più in
là, “La mia uscita non avrebbe potuto
essere più rapida, ma la mia scusa avrebbe
potuto essere più furba. Ora sii educato
e leccala, credo sia il momento per tutti e due
di rivestirsi”. Aidan Moffat sarà
anche stanco di essere chiamato “il Bukowski
di Falkirk”, ma parole come quelle che iniziano
l’album non lo aiutano di certo a scrollarsi
di dosso l’immagine. E quindi, fin da subito,
sei pronto ad ascoltare un uomo lagnarsi della
propria vita sentimentale disastrosa, come se
la tua non lo fosse già abbastanza; ma
poi drizzi le orecchie, senti l’urgenza
delle chitarre, il ritmo nervoso, la chiusura
secca, e pensi che forse qualcosa è cambiato.
“The last romance” potrebbe essere
sintetizzato così: i suoni sono più
coerenti tra loro, Moffat ha imparato a cantare
senza biascicare ogni parola, e gli Arab Strap
guardano alla new wave come mai in passato.
Ma sarebbe stupido liquidare così un disco
come questo: il bello degli Arab Strap, quello
che li rende superiori a molti altri è
il poter leggere i loro dischi come fossero libri,
scritti con un autobiografismo talmente crudo
da imbarazzarti quasi.
E allora, ogni canzone di “The last romance”
è una pagina di un racconto.
Una relazione sul punto di crollare (“Stink”).
La storia che si frantuma (“No hope for
us”, ritmata e adatta al ballo solitario
e introverso di ragazzi tristi in un club buio).
Una telefonata imprevista durante una sbronza,
e una frase che cambia la prospettiva delle cose
(“Chat in Amsterdam, winter 2003”:
la tastiera sbilenca come i passi dell’uomo
e le distorsioni simili a una connessione telefonica).
L’incontro con una persona nuova, e la timidezza
nel rifiutarsi di ballare (“Don’t
ask me to dance”).
Fare l’amore con lei per la prima volta,
rimanere affascinati dalla sincerità di
questa ragazza (il dialogo tra il maschile della
voce e il femminile del violoncello in “Confessions
of a big brother”).
Il primo pomeriggio a casa di lei, quasi in imbarazzo
a studiarsi nella cucina (“Come round and
love me”). L’incredulità su
ciò che accade (“La monogamia non
ha mai funzionato, ma forse il nostro legame è
speciale”, canta Aidan nella concitazione
di “Speed-date”).
Il guardarla dormire, e il chiedersi perché
lei abbia scelto te (“Dream sequence”
e il suo pianoforte di velluto). L’arrendersi
alla felicità che è arrivata (“Fine
tuning”, totalmente acustica e limpida).
E poi farsi travolgere dalla felicità,
essere stupidi e contagiosi, sui fiati infinitamente
gioiosi di “There is no ending”.
Forse il tempo della paura di amare (“Philophobia”,
ricordate?) è finito.
collegamenti su MusiKàl!
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At The Hug & Pint
Arab Strap - The
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Malcom Middleton - Into
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