Da oltre trent’anni il Regno del Re Cremisi attraversa
i lustri senza conoscere battute di arresto. Innumerevoli
e valorosi "cavalieri" si sono succeduti
per sostenere la causa di Sua Maestà Fripp,
il quale ha sempre ottenuto il meglio dai propri
collaboratori.
"Lark’s Tongues in Aspic" apre una delle
stagioni sicuramente più interessanti della
produzione dei King Crimson. Come di fronte ad
una sorta di ristrutturazione aziendale, questo
disco presenta un drastico "taglio del personale";
niente più pompose sezioni di fiati o strumentisti
a mezzo servizio. Dopo le esplorazioni sonore,
a tratti eccessive, di "Lizard" e "Islands",
e testi popolati da pifferai e gnomi (cliché
adottati in pieno dai gruppi di rock progressivo
dell’epoca, e inaugurati proprio dagli stessi
Crimson con il loro primo album) ecco un disco
decisamente "duro", più vicino
forse a quell’ondata di jazz-rock che negli anni
seguenti inizierà timidamente a calcare
le scene (un nome per tutti: i Romantic Warrior
di Chick Corea), piuttosto che a dei coevi Yes
o Genesis.
Ad accoglierci troviamo il potentissimo riff della
canzone d’apertura "Lark’s Tongues in Aspic
Part I", incastrato negli esperimenti percussivi
di Jamie Muir; il basso detonante di John Wetton,
carico di distorsione e wah-wah, e la preziosa
batteria di Bill Bruford fanno il resto. Ma non
tutto metallo duro è ciò che luccica. "Lark’s
Tongues in Aspic" conosce anche momenti di
alto lirismo, che riportano immediatamente alle
atmosfere sognanti di "In the Court of the
Crimson King". Ma qui non troviamo la voce
calda e morbida di Greg Lake, bensì un John Wetton
dai toni rauchi e selvaggi. Ad ogni modo, in riuscitissimi
episodi come "Book of Saturday" o la
lunga "Exiles", trovano il giusto spazio
il violino di David Cross, all’inseguimento di
melodie toccanti e a volte ipnotiche (come in
"The Talking Drum", lunga escursione
esoticheggiante) e l’immancabile mellotron, che
apre sconfinati squarci sonori.
Ma la parte del leone è inevitabilmente
affidata a Robert Fripp. Mai come fino a questo
disco, il timido chitarrista occhialuto dei Crimson
aveva osato esporsi tanto. La sua chitarra non
solo dirige le lunghe cavalcate virtuose che vedono
impegnato l’intero gruppo (come in "Lark’s
tongues in aspic part II"), ma arriva ad
invadere ogni pertugio sonoro lasciato incustodito.
Nessuna concessione a svenevoli chitarre acustiche;
il suono è esclusivamente elettrico, nel cui ambito
si alternano parti decisamente "heavy"
ad altre in cui la chitarra di Fripp assume toni
lievi e flautati.
Ciò che col senno di poi è intuibile da
questo disco è il fatto che i King Crimson si
siano sempre imposti sulla scena rock come autentici
precursori di stili e tendenze, soprattutto nell’ambito
di quella nicchia del rock cosiddetto "colto".
Lunga vita al Re Cremisi.
7
ottobre 2000
Track
list:
- Larks' Tongues In Aspic, Part I
- Book Of Saturday
- Exiles
- Easy Money
- The Talking Drum
- Larks' Tongues In Aspic, Part II
I
commenti
The nightwatch 13 luglio 2002
La
potenza del Re Cremisi si sprigiona dopo essere
stata racchiusa
nella sua corte per bene cinque anni: l'effetto
e inquietante, travolgente,
catartico...ma ogni tanto ci lascia il tempo
per prendere
respiro...commuoverci per poi risucchiarci
di nuovo nel gorgo della follia.
Pinkafluida 2 febbraio 2002
Lark's
Tongues in Aspic all'epoca, ovvero quando
uscì nel '73, fu invece una grande
delusione, compensata però un pochino
con l'uscita dell'album successivo Stairless
And Bible Black ma ancora di più dall'album
Red, a mio parere, il migliore di questa fase
Crimsoniana... eppure sono belli i tentativi
di costruire dei brani sulle estrosità
di James Muir e David Cross, su di un tempo
complesso dispari in 7/8 (parlo della part
I), seguite poi dalle "prime Frippertronics",
ovvero sequenze paranoiche di note strutturate
fondamentalmente su scale esatoniche. Dal
punto di vista concettuale, possiamo dire,
che è un album più che altro
sperimentale... un saggio di ingegneria musicale,
ma purtroppo, in alcuni passaggi dei brani,
troppo glabro, anche e soprattutto nella voce
di John Wetton (ottimo bassista) un pò
insipida, senonché leggermente stonata...
Concludendo, dico: che peccato, perchè
con una migliore strumentazione e qualche
musicista in più, ivi compreso un migliore
cantante... l'album poteva venire su meglio...
e questo vale anche per i successivi album.
Un saluto da Pinkafluida
41-paolo 16 gennaio 2002
ma
che dire di piu'
io ho solo la fortuna avendo 41 anni di aver
sentito con le mie orecchie un concerto live
nella mia citta di brescia in quel lontano
agosto del 1974 al palazzetto sportivo di
questa unica ed elettrizzante versione del
gruppo dei re cremisi
trovo le atmosfere profondamente mentali e
meditative di questo album come la piu' alta
vetta musicale mai raggiunta prima e credo
aime mai piu'..
travis 12 dicembre 2001
é
un album storico e veramente bello, fatto
di musiche che nn sembrano finir mai EPICO.e
tra i tre album che preferisco in assoluto
insieme a thick as a brick(JethroTull)e wish
you were here(Pink floyd)
amarok 20 agosto 2001
Straordinario!!!Per
quanto mi riguarda questo disco è ancora
meglio di ITCOTCK,gli intrecci fra chitarra
e violino sono stupefacenti mentre nella seconda
parte della title track Fripp traccia il cammino
futuro...10 e lode!
ovviamentefripp 7 agosto 2001
Larks',
che all'amico AOrlanky piace tanto, e che
piace pure al giovane Matteo che però
non lo ritiene un disco in stile- crimson.
Larks' viene dopo dischi importanti come "Lizard
e "Island". E viene ovviamente dopo
"In the court".Di quel capolavoro
si è detto tutto, ma i veri Crimson
frippiani nascono a mio avviso proprio con
Larks'. La parte II del pezzo che intitola
l'album è un capolavoro che , con la
sua straordinaria progressione, ne preannuncia
altre memorabili (fracture, red). E' musica
che non si era mai ascoltata in campo rock,
Fripp aveva in mente Hendrix che suona Bartòk,
vedete che cosa ne è venuto fuori.
Anche se qui i brani "melodici"
alla Epitaph sono molto belli, le parti strumentali
e "dure" prendono il sopravvento.
E da questo disco in poi Fripp rimane fedele
a una continuità concettuale che dura
fino all'ultima versione crimson. Quindi,
direi, rimane intoccabile "in the court",
opera più corale, come capolavoro assoluto,
ma i "veri" Crimson partono da "Larks'
tongues in aspic". La consacrazione del
genio inarrivabile di Fripp.
Ian Matthaws 7 agosto 2001
Salve
a tutti ho 11 anni e adoro questo disco adoro
i King Crimson e la musica degli anni 70 anche
se sembra strano .
Questo disco si può dire un capolavoro
di sua maestà Fipp
AOrlansky 11 giugno 2001 A
Matteo, autore dell'unica recensione trovata
(fino ad ora)
su
questa Opera:
il fatto che Tu abbia 16 anni e che trovi
questo disco "bello" mi fa
molto
piacere; io credevo che i teen-agers di oggi
venissero su con madonna,
ricky
martin o i luna pop ( puah!!! ho omesso le
maiuscole, volutamente,
perchè
questa gente non ha a che fare con la Musica,
ne merita rispetto,
almeno il
mio); ci sono quindi giovani generazioni che
ascoltano e gradiscono
Opere
sicuramente non facili come questa, ma di
una bellezza inarrivabile...
Bene,
very good!!! Tornando a Larks', posso solo
dire che si tratta del mio
preferito tra le Opere dei King Crimson; erano
i primi anni '70, ma già
allora si era praticamente detto tutto! Semplicemente
Superbo. Lunga
vita al
Re!!!
matteo 12 aprile 2001
Ciao
sono matteo sono pienamnete d'accordo sulla
recensione di LARK'S TONGUES IN ASPIC però
secondo me è un album non nel vero
stile king crimson:Adoro i king crimsono infatti
ho 16 anni e mi piace la musica anni'70 però
è bello lo stesso ciao