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KING CRIMSON
Lark’s Tongues in Aspic (Island Records, 1973)
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di Matteo Cavallari scrivi un'email

King Crimson - Lark's Tongue in Aspic

Da oltre trent’anni il Regno del Re Cremisi attraversa i lustri senza conoscere battute di arresto. Innumerevoli e valorosi "cavalieri" si sono succeduti per sostenere la causa di Sua Maestà Fripp, il quale ha sempre ottenuto il meglio dai propri collaboratori.

"Lark’s Tongues in Aspic" apre una delle stagioni sicuramente più interessanti della produzione dei King Crimson. Come di fronte ad una sorta di ristrutturazione aziendale, questo disco presenta un drastico "taglio del personale"; niente più pompose sezioni di fiati o strumentisti a mezzo servizio. Dopo le esplorazioni sonore, a tratti eccessive, di "Lizard" e "Islands", e testi popolati da pifferai e gnomi (cliché adottati in pieno dai gruppi di rock progressivo dell’epoca, e inaugurati proprio dagli stessi Crimson con il loro primo album) ecco un disco decisamente "duro", più vicino forse a quell’ondata di jazz-rock che negli anni seguenti inizierà timidamente a calcare le scene (un nome per tutti: i Romantic Warrior di Chick Corea), piuttosto che a dei coevi Yes o Genesis.

Ad accoglierci troviamo il potentissimo riff della canzone d’apertura "Lark’s Tongues in Aspic Part I", incastrato negli esperimenti percussivi di Jamie Muir; il basso detonante di John Wetton, carico di distorsione e wah-wah, e la preziosa batteria di Bill Bruford fanno il resto. Ma non tutto metallo duro è ciò che luccica. "Lark’s Tongues in Aspic" conosce anche momenti di alto lirismo, che riportano immediatamente alle atmosfere sognanti di "In the Court of the Crimson King". Ma qui non troviamo la voce calda e morbida di Greg Lake, bensì un John Wetton dai toni rauchi e selvaggi. Ad ogni modo, in riuscitissimi episodi come "Book of Saturday" o la lunga "Exiles", trovano il giusto spazio il violino di David Cross, all’inseguimento di melodie toccanti e a volte ipnotiche (come in "The Talking Drum", lunga escursione esoticheggiante) e l’immancabile mellotron, che apre sconfinati squarci sonori.

Ma la parte del leone è inevitabilmente affidata a Robert Fripp. Mai come fino a questo disco, il timido chitarrista occhialuto dei Crimson aveva osato esporsi tanto. La sua chitarra non solo dirige le lunghe cavalcate virtuose che vedono impegnato l’intero gruppo (come in "Lark’s tongues in aspic part II"), ma arriva ad invadere ogni pertugio sonoro lasciato incustodito. Nessuna concessione a svenevoli chitarre acustiche; il suono è esclusivamente elettrico, nel cui ambito si alternano parti decisamente "heavy" ad altre in cui la chitarra di Fripp assume toni lievi e flautati.

Ciò che col senno di poi è intuibile da questo disco è il fatto che i King Crimson si siano sempre imposti sulla scena rock come autentici precursori di stili e tendenze, soprattutto nell’ambito di quella nicchia del rock cosiddetto "colto". Lunga vita al Re Cremisi.



7 ottobre 2000


Track list:


- Larks' Tongues In Aspic, Part I
- Book Of Saturday
- Exiles
- Easy Money
- The Talking Drum
- Larks' Tongues In Aspic, Part II



I commenti
 
The nightwatch
13 luglio 2002
La potenza del Re Cremisi si sprigiona dopo essere stata racchiusa
nella sua corte per bene cinque anni: l'effetto e inquietante, travolgente,
catartico...ma ogni tanto ci lascia il tempo per prendere
respiro...commuoverci per poi risucchiarci di nuovo nel gorgo della follia.



Pinkafluida
2 febbraio 2002
Lark's Tongues in Aspic all'epoca, ovvero quando uscì nel '73, fu invece una grande delusione, compensata però un pochino con l'uscita dell'album successivo Stairless And Bible Black ma ancora di più dall'album Red, a mio parere, il migliore di questa fase Crimsoniana... eppure sono belli i tentativi di costruire dei brani sulle estrosità di James Muir e David Cross, su di un tempo complesso dispari in 7/8 (parlo della part I), seguite poi dalle "prime Frippertronics", ovvero sequenze paranoiche di note strutturate fondamentalmente su scale esatoniche. Dal punto di vista concettuale, possiamo dire, che è un album più che altro sperimentale... un saggio di ingegneria musicale, ma purtroppo, in alcuni passaggi dei brani, troppo glabro, anche e soprattutto nella voce di John Wetton (ottimo bassista) un pò insipida, senonché leggermente stonata...
Concludendo, dico: che peccato, perchè con una migliore strumentazione e qualche musicista in più, ivi compreso un migliore cantante... l'album poteva venire su meglio... e questo vale anche per i successivi album.
Un saluto da Pinkafluida



41-paolo 16 gennaio 2002
ma che dire di piu'
io ho solo la fortuna avendo 41 anni di aver sentito con le mie orecchie un concerto live nella mia citta di brescia in quel lontano agosto del 1974 al palazzetto sportivo di questa unica ed elettrizzante versione del gruppo dei re cremisi
trovo le atmosfere profondamente mentali e meditative di questo album come la piu' alta vetta musicale mai raggiunta prima e credo aime mai piu'..


travis 12 dicembre 2001
é un album storico e veramente bello, fatto di musiche che nn sembrano finir mai EPICO.e tra i tre album che preferisco in assoluto insieme a thick as a brick(JethroTull)e wish you were here(Pink floyd)


amarok 20 agosto 2001
Straordinario!!!Per quanto mi riguarda questo disco è ancora meglio di ITCOTCK,gli intrecci fra chitarra e violino sono stupefacenti mentre nella seconda parte della title track Fripp traccia il cammino futuro...10 e lode!


ovviamentefripp
7 agosto 2001
Larks', che all'amico AOrlanky piace tanto, e che piace pure al giovane Matteo che però non lo ritiene un disco in stile- crimson. Larks' viene dopo dischi importanti come "Lizard e "Island". E viene ovviamente dopo "In the court".Di quel capolavoro si è detto tutto, ma i veri Crimson frippiani nascono a mio avviso proprio con Larks'. La parte II del pezzo che intitola l'album è un capolavoro che , con la sua straordinaria progressione, ne preannuncia altre memorabili (fracture, red). E' musica che non si era mai ascoltata in campo rock, Fripp aveva in mente Hendrix che suona Bartòk, vedete che cosa ne è venuto fuori. Anche se qui i brani "melodici" alla Epitaph sono molto belli, le parti strumentali e "dure" prendono il sopravvento. E da questo disco in poi Fripp rimane fedele a una continuità concettuale che dura fino all'ultima versione crimson. Quindi, direi, rimane intoccabile "in the court", opera più corale, come capolavoro assoluto, ma i "veri" Crimson partono da "Larks' tongues in aspic". La consacrazione del genio inarrivabile di Fripp.


Ian Matthaws 7 agosto 2001
Salve a tutti ho 11 anni e adoro questo disco adoro i King Crimson e la musica degli anni 70 anche se sembra strano .
Questo disco si può dire un capolavoro di sua maestà Fipp



AOrlansky 11 giugno 2001
A Matteo, autore dell'unica recensione trovata (fino ad ora)
su
questa Opera:
il fatto che Tu abbia 16 anni e che trovi questo disco "bello" mi fa
molto
piacere; io credevo che i teen-agers di oggi venissero su con madonna,
ricky
martin o i luna pop ( puah!!! ho omesso le maiuscole, volutamente,
perchè
questa gente non ha a che fare con la Musica, ne merita rispetto,
almeno il
mio); ci sono quindi giovani generazioni che ascoltano e gradiscono
Opere
sicuramente non facili come questa, ma di una bellezza inarrivabile...
Bene,
very good!!! Tornando a Larks', posso solo dire che si tratta del mio
preferito tra le Opere dei King Crimson; erano i primi anni '70, ma già
allora si era praticamente detto tutto! Semplicemente Superbo. Lunga
vita al
Re!!!



matteo
12 aprile 2001
Ciao sono matteo sono pienamnete d'accordo sulla recensione di LARK'S TONGUES IN ASPIC però secondo me è un album non nel vero stile king crimson:Adoro i king crimsono infatti ho 16 anni e mi piace la musica anni'70 però è bello lo stesso ciao
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