Può un ateo permettersi di parlare della
vita del Cristo, dalla sua venuta al mondo alla
sua fine sulla croce? Per quanto concerne la musica
italiana la risposta non può essere che
affermativa. Nel 1970, nel pieno della contestazione
studentesca e operaia, nel pieno del fermento
politico, della lotta di classe, l'artista più
controcorrente, il più esposto (insieme
a Pasolini) alle critiche della chiesa e del pensare
borghese, compone un'opera che parla del baluardo
principale del cattolicesimo. E lo fa senza mezzi
termini e senza compromessi, riservandosi accuse
sia da destra che da sinistra. Da destra per la
visione che dà di Gesù, molto lontana
dall'aura di onnipotenza e divinità cara
alla chiesa più bigotta, da sinistra per
avere apparentemente abbandonato la lotta politica.
In realtà De
Andrè dimostra ancora una volta il
suo spirito rivoluzionario, anarchico e dalla
parte dei diseredati. La sua Maria è una
bambina strappata agli affetti familiari e venduta
come moglie (come schiava) per essere diventata
donna, colpevole di avere le mestruazioni. Venduta
a Giuseppe "un reduce dal passato, falegname
per forza, padre per professione", che trova
in lei solo un'altra bocca da sfamare, diventa
madre di un uomo a cui il destino ha prefissato
una catarsi contro la quale lei non può
opporsi.
"La Buona Novella" è il capolavoro
di Fabrizio, l'album leggendario, dove si condensano
straordinariamente sacro e profano, dove si ritrova
la già (de)cantata elegia degli umili e
si sferzano con durezza e asprezza gli abusi del
potere (addirittura De Andrè riscrive i
suoi personali dieci comandamenti) dove coesistono
amore e odio, e soprattutto dove viene sì
riletta la figura del Cristo, uomo puro mandato
a morire da una società borghese, ma dove
trova spazio la figura di Maria, non più
Madonna, ma semplicemente donna privata del suo
più grande tesoro; attraverso la dolcezza
della musica e l'asciuttezza dell'eloquio si crea
così una psicologia di donna, secondi i
canoni della rivoluzione sessuale del decennio
appena passato.
Tutte le canzoni si stagliano nella memoria con
una forzaindimenticabile e una dolcezza incredibile,
ma vale la pena ricordare fra queste "L'infanzia
di Maria", "Il sogno di Maria",
la straordinaria e trascinante "Via della
croce" («Perdonali se non ti lasciano
solo, se sanno morir sulla croce anche loro, a
piangerli sotto non han che le madri e in fondo
son solo due ladri» canta De Andrè
riferendosi ai due ladroni morti in croce) e la
straziante "Tre madri" dove viene cantata
la disperazione delle madri dei ladri, loro sì
costrette a vedere i propri figli morire per sempre
(«Lascia noi piangere chi non risorgerà
più della morte») contro cui si fa
chiaro il dolore di Maria, in realtà anche
lei privata per sempre del figlio, diventato ormai
padre di tutta l'umanità («Non fossi
stato figlio di Dio t'avrei ancora per figlio
mio»).
Un'opera musicale che è in realtà
poesia pura, dimostrazione palese di quanto manchi
all'Italia e al mondo il genio di De Andrè,
in questo spazio sempre più vuoto da tre
anni a questa parte che è la nostra anima.
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