Si
apre su poche note aggraziate di un pianoforte,
il secondo album dei toscani Baustelle, e da subito
l'incanto del loro esordio si ripete: le voci
di Francesco e Rachele si intrecciano, voluttuose
e distaccate, e fluttuano su atmosfere deliziosamente
retrò, le "mille mode chansonnier"
già cantate ne "Il sussidiario illustrato
della giovinezza" si allargano a un maggior
uso dell'elettronica, omaggiando quarant'anni
del miglior pop.
Descritto così, probabilmente questo gruppo
sembrerà l'ennesima copia di qualche band
del passato, la milionesima bufala senza uno straccio
di idea propria, ma non è così,
perché i Baustelle sono qualcosa di unico,
e riescono ad essere originali pur rimanendo sempre
rivolti al passato.
Non c'è una canzone uguale all'altra,
ne "La moda del lento", ma allo stesso
tempo la cifra stilistica del quartetto è
sempre evidente: ci vuole talento, per fare cose
del genere, per alternare ballate pianistiche
a scanzonate filastrocche elettro - pop, torbidi
momenti quasi dark ("Il seno") alla
maliziosa sensualità di quella "Mademoiselle
boyfriend" screziata da disturbi elettronici,
ma retta solo da una chitarra acustica e dalle
due voci.
Un'aria sottilmente peccaminosa percorre tutto
il disco: i testi parlano di adolescenza, di ragazzini
che studiano da duri ("La canzone di Alain
Delon", stupenda nel suo incedere anni '60
e nell'inserto di fiati), di ormoni impazziti,
di prime volte ("Love affair", un quadro
perfetto dei sedici anni
e a chi non viene
in mente la propria ragazza di allora, ascoltando
questa canzone, si vergogni!); tutto è
descritto con una naturalezza impressionante,
che risalta ancora di più grazie alla naturale
eleganza delle voci.
Un disco fresco e leggero, dunque? Forse no,
perché andando a leggere tra le righe l'atmosfera
si fa più malinconica, si scorgono tracce
di una sofferenza ben nascosta ("La solitudine
è stile di vita per me" recita "Bouquet",
oppure la fine di una storia dipinta perfettamente
in "Arrivederci").
Un album che cresce e si rivela ad ogni ascolto,
dunque, e nonostante verso la fine il disco si
perda per strada (la tentazione di passare alla
traccia successiva ogni volta che parte "Reclame",
provocatoria sì, ma anche kitsch come il
peggior new romantic sa essere), "La moda
del lento" è una delle cose migliori
uscite in Italia quest'anno, e non vedo proprio
perché dovreste rinunciare ad ascoltarlo
a patto che le parole retrò e pop per voi
non siano autentici insulti.