Per Ferretti, Zamboni e la banda dei fiorentini
in fuga dai Litfiba sarebbe stato semplicissimo
realizzare un altro disco dei CCCP: il gruppo
che ha concepito questo "esordio" è
lo stesso che diede alla luce lo storico "Epica
etica etnica pathos". Sarebbe stato facile,
sì. Ma per loro il cambio di nome non è
stato un semplice vezzo: per quanto ciò
possa far sorridere, "Ko' de mondo"
è il vero esordio di un gruppo che si è
rinnovato, che non rinnega nulla di ciò
che ha fatto, ma che è fiero e consapevole
di essere altro. Il fine (e il mezzo) non è
più la provocazione; si continua a evocare,
a rivendicare indipendenza, è vero, ma
la rabbia dissacrante di un tempo non c'è
più. Ed è un bene, perché
il salto di qualità della loro musica è
enorme.
"A tratti" ha il compito di confermare
quanto detto: su un tappeto di sinuoso rumore
di chitarre disturbate, Ferretti declama "non
fare di me un idolo o mi brucerò/ trasformarmi
in megafono e mi incepperò", rifiutando
il titolo di profeta del rock italiano alternativo
(termine orribile e fin troppo abusato). Molte
delle canzoni di questo album sono diventate dei
veri e propri inni: "Del mondo", "In
viaggio", "Fuochi nella notte (di San
Giovanni) " e la stessa "A tratti"
sono assolutamente memorabili, ma hanno il difetto
di togliere luce al resto del disco, che viaggia
comunque su livelli molto alti, passando dalle
cavalcate rock come "Celluloide" e "Home
sweet home" a momenti di quiete sofferta
come "Intimisto" e "Palpitazione
tenue" (dove emerge la voce di Ferretti,
scura e sciamanica come mai prima), passando per
momenti di puro sdegno nei confronti di un Occidente
che decade ("K.O. de' mondo?") come
"Occidente", "Memorie di una testa
tagliata", la violentissima "Finistére".
Tuttavia il disco, nonostante sia imprescindibile
per i fan dei C. S. I., è ben lontano dall'essere
perfetto: si avverte in esso la necessità
di cambiare stile, ma il gruppo sembra ancora
essere troppo legato all'idea di dover picchiare
duro per dare la giusta veste alle canzoni più
drammatiche. Una volta liberatisi da questo schema
con i due dischi successivi, il live unplugged
"In quiete" e "Linea gotica"
, i C. S. I. hanno finalmente dimostrato tutte
le loro capacità: può capitare,
quindi, che alcune versioni live dei pezzi presenti
in questo disco siano addirittura meglio degli
originali ( ad esempio la versione di "In
viaggio" presente su "In quiete",
anche grazie a Ginevra Di Marco, quasi assente
in questo disco).
Nonostante questi difetti trascurabili, questo
è un esordio incredibile, uno schiaffo
elettrico, intimo e selvaggio allo stesso tempo,
di memorabile poesia rock. Da avere assolutamente.
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