MARK KNOPFLER - Sailing To Philadelphia Tour - Brescia (6 luglio 2001)
di Andrea Presciuttini
Primo concerto italiano di Knopfler,
assente nel Belpaese da otto anni e molto atteso
anche grazie al recente album solista, molto ricco
di spunti. Il pubblico che affolla la lunga e apparentemente
stretta piazza bresciana è composto da molti
giovani, perlopiù tra i 20 e i 30, a dispetto
di chi considera Knopfler solo come uno dei tanti
dinosauri ancora inutilmente celebrati. Ma va specificato
che anche di 40-50enni non ne mancano... Alle 21:15
puntualissimi salgono Mark (sinceramente non porta
bene i suoi 52 anni) e la sua folta band. Sul palco
sono in 7 distinti signori: ben due chitarre di
accompagnamento (di cui una spesso e volentieri
si calerà in assoli slide molto country)
e due tastieristi (tra cui il fedelissimo Guy Fletcher,
dai Dire Straits). Il concerto parte, il volume
audio è piuttosto moderato, e sotto un cielo
ancora luminoso scivola "Calling Elvis",
più lenta e dilatata dell'originale, piuttosto
country e caratterizzata da marcate alternanze forte
/ piano. Versione calma ed eterea in cui Mark a
dire il vero non appare da subito in formissima,
chissà forse la cena è ancora da smaltire.
Segue pimpante "Walk Of Life", resa un
poco più folk dal contrabbasso e da una fisarmonica
imbracciata dall'arzillo tastierista più
anziano, e poi "What It" Is completa di
violino (molti membri del gruppo sono polistrumentisti),
introdotta da un breve intermezzo ancora folk in
puro stile Knopfler-soundtrack. E' dopo i primi
tre pezzi che Mark, la band ed il pubblico, finalmente
caldi, ingranano con decisione e la serata decolla
(verso Philadelphia?). Mark colpisce al cuore con
"Romeo And Juliet" e "Sultans Of
Swing", due enormi classici del passato resi
freschissimi da un'esecuzione veramente toccante.
E' evidente che l'aver temporaneamente sciolto i
Dire Straits non ha fatto del male alla musica di
Mark, anzi: ora è meno legata all'esigenza
di suonare asettica e performante come forse era
nel corso dell'ultimo tour ('92 - '94) e conseguente
album live degli Straits, ma non per questo manca
di una certa verve e di precisione. La nuova band
è calda, raccolta e rilassata così
come Knopfler, che tra un pezzo e l'altro si permette
di fare anche battute e di inscenare qualche divertente
siparietto. Il nostro fa sfoggio di tutto il suo
famoso e notevole parco-chitarre, e il concerto
prosegue a ritmi tranquilli con alcuni pezzi della
fase solista, come il folk "Done With Bonaparte",
con violino fisarmonica e bouzouki - è da
notare che anche Guy Fletcher all'occorrenza imbraccia
la chitarra. Seguono il semplice rock chitarroso
di "Who's Your Baby Now", il funky-blues
minimale di "Balooney Again", l'ipnotico
folk-blues di "Junkie Doll" con lunga
coda solistica, la martellante ed epica cavalcata
di "Speedway At Nazareth", il corposo
e convincente blues-rock di "Wag The Dog":
nulla di veramente nuovo rispetto al passato, comunque
bei pezzi, e la band li sa rendere bene, all'occorrenza
anche dilatandoli e inframmezzandoli con introduzioni
o code inedite, così come avveniva con i
Dire Straits. Il pubblico trae evidente godimento
ad ogni giochetto chitarristico di Mark, che si
destreggia agile, apparendo chitarristicamente in
forma. E con "Telegraph Road" si ha la
netta sensazione di essere di fronte ad un eroe,
o forse ancora più di fronte ad un mago senza
tempo che con uno stile fatato sa far rinascere
le preziose emozioni che ce lo hanno reso caro negli
anni, è musicalità che diventa vita,
è un sottile modo di essere. I bis sono tanti,
e la folla ormai è ingorda, trattiene il
suo idolo generoso con prepotenza. Esecuzioni allo
stato dell'arte per "Brothers in Arms"
e "Money For Nothing" (frizzante anche
grazie ad un arrangiamento a tratti quasi dance),
poi la nostalgica "So Far Away" in cui
Mark saluta con la mano tutta la piazza, sincero
e contento. Non poteva mancare l'arrivederci strumentale
di "Going Home": soli, Mark e Guy a mettere
il punto alla serata.Knopfler si è liberato, abbandonando il progetto dire Straits, della pesantezza del music business, e ora fa ciò che vuole: suonare le sue canzoni come più gli piace, con chi vuole, quando vuole, e basta. I nuovi pezzi dal vivo sono convincenti, quelli vecchi forse non lo sono mai stati come ora: intendiamoci, non c'è più l'energia olimpica di "Alchemy", ma l'equilibrio e l'espressività con cui sono stati eseguiti i 'classici'...: per certi versi è stato come riscoprirli.
...E così ci tocca accorgerci che è proprio finito, siamo tutti un po' tristi, ma la band ha fatto le sue 2 ore abbondanti di onestissimo concerto, ed il vino era buono: il ricordo del suo sapore ci accompagnerà per molto tempo ancora.
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