Quando
un gruppo rock incide un solo album degno di nota, si parla
di "meteore"; quando un gruppo rock concentra la propria migliore
produzione in un preciso e limitato periodo temporale, si parla
di "gruppi storici". Quando un gruppo per oltre trent'anni si
trova all'avanguardia per quanto riguarda la ricerca di nuove
sonorità e nuove suggestioni, allora si sta parlando dei King
Crimson. A partire dai tardi anni '60, questa band ha attraversato
i lustri mutando continuamente forma e contenuto, pur mantenendo
un'anima coerente e ben definita, incarnata nella figura dell'introverso
e geniale chitarrista Robert Fripp. Le occasioni di vedere questo
gruppo dal vivo in Italia sono piuttosto sporadiche, e anche
quest'anno la tourneé nella nostra penisola si limita a quattro
date. Sicuramente l'appuntamento che sulla carta prometteva
la maggior "dose" di emozioni era quello al Vittoriale degli
Italiani, sul lago di Garda; così è stato. I quattro musicisti
si sono presentati quasi puntualmente sul palco dell'anfiteatro
della casa-museo dannunziana; nessuna scenografia, nessun "fumettone"
da sopravvissuti del "progressive": alle loro spalle, solo gli
ultimi raggi di sole che si spegnevano sulle acque del lago
per lasciar posto alle luci artificiali della riviera gardesana.
Un contesto naturale davvero affascinante per uno spettacolo
assolutamente trascinante. La line-up è la stessa dell'ultimo
album, "The Construkction
of Light", di cui vengono presentati alcuni pezzi, a dire
il vero meno ostici e più "orecchiabili" dal vivo che su CD.
Chi si aspetta di ritrovare in concerto le sognanti e "progressive"
note di "Epitaph" o "Lizard" non può che rimanere deluso; da
anni ormai i Crimson propongono un repertorio che nulla concede
a facili nostalgie che per molti altri gruppi storici costituiscono
ormai l'unica fonte di reddito. Oltre ai già citati episodi
tratti dall'ultima fatica del gruppo, vengono riproposti alcuni
brani del penultimo album, tra cui la suggestiva "One time",
e molti cavalli di battaglia dei tardi anni '70 e '80, come
"Elephant Talk". Adrian Belew, cantante-chitarrista della band,
si rivela ormai il vero alter ego di Robert Fripp, con cui intreccia
finissimi e complessi riff di chitarra, andando così a creare
un impasto sonoro dalla potenza travolgente. Con la sua voce
a tratti sguaiata, Belew si rivela il vero trascinatore della
serata. Alle sue spalle, la precisione "digitale" della sezione
ritmica, formata da Trey Gunn, il quale sembra maltrattare con
poderose e sapienti "manate" il suo "touching bass", e Pat Mastellotto,
dalla cui V-Drum escono sonorità violente e dal sapore industrial.
Al di sopra di tutti, il timido "burattinaio" Robert Fripp,
rigorosamente seduto sul suo sgabello e voltato per tre quarti
verso il pubblico, tesse gli incredibili paesaggi sonori che
contraddistinguono il "suono Crimson"; dalla sua "Les Paul"
provengono suoni di pianoforte, Rhodes, archi, che non fanno
certo rimpiangere la presenza sul palco di una tastiera. E per
chi pensasse che i King Crimson senza la corrente elettrica
sono perduti, ecco nella seconda parte della serata comparire
sul palco il solo Belew con una chitarra acustica, con cui esegue
un'energica "Three of a perfect pair". Il gran finale vede l'intero
gruppo alle prese con una cover illustre: una versione "crimsoniana"
di "Heroes". Due ore di concerto non certamente "facili", ma
indubbiamente preziose per quanti hanno ancora fame di creatività
ed ispirazione nel bolso mondo del rock. Una nota di mondanità:
tra il pubblico erano presenti anche i "nostrani" Bluvertigo;
per quanto Morgan e soci risultino ai più la quintessenza della
presunzione, in queste occasioni anch'essi riescono a trovare
l'umiltà necessaria per apprezzare un gruppo che ha ancora molto
da dare.