Quanto è facile fare gli snob della situazione e dire che i Kasabian sono l'ennesimo gruppo di pagliacci inglesi che si rifanno a qualcuno, che non hanno inventato un cazzo di nuovo, che se la tirano da star affermate e magari non sanno suonare. Oppure più giornalisticamente definirli i nuovi Oasis, gli eredi degli Oasis, la risposta delle Midlands agli Oasis, gli Oasis di Leicester e via discorrendo. Solo perché stimati, manco fossero gli unici, dall'illustre compagno di sbronze Noel.
Radici comuni, nessuno lo mette in dubbio, stesso amore per gli Stone Roses, per certi aspetti stessa tipologia di fan medio (cosa che all'Estragon si nota malgrado le poche bandiere inglesi in sala), ma fin dall'ottimo esordio i Kasabian sono stati qualcosa di diverso. Le acidità di Ian Brown e soci, la devianza musicale degli Happy Mondays e la transizione post-madchester dei Charlatans sono stati dei punti fermi molto più evidenti nelle canzoni dei Kasabian. Poca originalità? Forse. Poco da dire? Anche no, perché dopo il passo falso del secondo album, “West Ryder Pauper Lunatic Asylum" nei suoi alti e bassi da indolenti lazycester ha dimostrato una volta per tutte come i quattro siano molto più autentici di quanto possano sembrare. Palese eredità madchester che per la proprietà transitiva implica l'eredità Sixties, ma senza timore di guardare al decennio successivo coi chitarroni di Pizzorno vera architrave delle loro composizioni, pur sembrando a tratti da arena o cafoni quanto un Meighan tamarro nei suoi standard. Se Sergio è il solito reduce anni 70, Meighan si presenta in occhiali scuri e giacchetta rosso/arancio a caricare la folla con la finezza di un figlioccio di Ian Brown. 22.15 puntuali, piovono giù i devastanti groove d'apertura di “Julie & the Mothman”. Della serie: vi aspettavate “Underdog” e invece arriva la sua b-side che poi è una versione edulcorata di “Miss Lucifer” dei Primal Scream, veri padrini dei Kasabian.
Mancherà pure il povero Ian Matthews alla batteria, infortunatosi alla mano per l'occasione (o meglio al dito medio come spiega con gestualità insistente Tom), ma nessuno sembra accorgersene. Sarà il basso tuonante di Chris Edwards, mai fuoriposto. In un Estragon al massimo della sua capienza e forse oltre, insomma, è subito bolgia. Il suono è ruvido e saggiamente riempito da riverberi e inserti sintetici che esaltano le chitarre senza mai coprire il timbro monocorde ma efficace del vocalist. Menzione d'obbligo per l'altro chitarrista Jah Mehler, occhiale scuro da shoegazer degli albori e tanta sostanza al servizio di Pizzorno. Le nuove scivolano che è una bellezza, la partecipazione non sfocia mai nel fanatismo nonostante il livello alcolemico sia diffusamente sopra il livello di guardia. In fin dei conti si salta e si muove il culo senza troppa vergogna. “Underdog” è il pezzo che Shaun Ryder scriverebbe negli Anni Zero, le trame di Pizzorno sono da apologia della mescalina soprattutto nella corale “Where Did All The Love Go” che dal vivo acquista una o due marce in più. Tra le altre nuove, “Thick As Thieves” è la camomilla brit adeguatamente corretta che serve a prendere fiato. Synth aggressivi e stop'n'go con pause da stadio fanno il resto. La stessa “Take Aim”, banale e un po' grezza, dal vivo fa la sua parte. Il travolgente surf-rock di “Fast Fuse”, durasse qualche minuto in più renderebbe l'Estragon appetibile alla nostra amata protezione civile.
Rispetto agli esordi da alcolizzati fannulloni del Leicestershire lanciati allo sbaraglio per i quindici minuti di celebrità in un'epoca in cui essere dei balordi suburbani non pagava più come ai tempi dei fratelli Ryder, i Kasabian si sono trasformati in una vera band. Una band che sa tenere la scena con equilibrio e senso dello show in grandi palchi come in club del genere. Ripensando a uno dei loro primi concerti, alle due inoltrate al Neapolis Festival 2005, e alla loro performance timida nel disinteresse molesto di un pubblico, quello sì, da stadio, cinque anni dopo sembra tutta un'altra storia. Tom, pur essendo innamorato oltremisura di se stesso, regalandoci anche un cambio di abito nella maxi sauna nebbiosa del Parco Nord, non esagera coi convenevoli elargendo dei fuck gratuiti che non guastano mai. Se tra gli estratti del secondo, la marziale “Shoot The Runner” e butta giù tutto e funziona meglio della giullaresca tarantella northern-soul di “Empire”, in “Stuntman” e “Doberman” si materializzano spettri molto Primal Scream che comunque non dispiacciono né spezzano il ritmo. Così come nell'agrodolce trip di “I.D.” estratta dal primo album insieme all'ipnotica “Processed Beats” e all'altro inno “Club Foot”.
Non mancherebbe niente. Rapporto misurato col pubblico, nessuna leccata di culo (tranne l'inno italiano intonato dal trombettiere, ma son pur sempre inglesi, riconosciamoglielo), quello dei Kasabian è insomma un atteggiamento che può andare. Il bis è l'unica concessione alle consuetudini da live, dopo l'inaspettata apertura. C'è “Fire”, c'è “Vlad The Impaler” e poi...indovinate un po'.
Vi dico solo che per 5 minuti a luci ormai riaccese l'Estragon ha continuato a intonare un “la-la-la-la-la-la” molto pubblicitario.
Non avranno inventato un cazzo, sembra chiaro, ma siate buoni con loro e andate a vederli con una buona compagnia prima che sia troppo tardi. Ai postumi l'ardua sentenza.