Nessuno poteva prevedere che il Palacisalfa chiuso da almeno quattro anni
sarebbe stato riaperto per loro. E decorato ad hoc con un murales a tema nell’austero
ingresso del palazzotto. E addirittura riempito di croci dall’ingresso,
al bar fino alla platea sulla quale pendono – ulteriore tributo - due
file di croci. Bianche, cartonate, arrangiate un po’ alla buona che tanto
alla fine è il pensiero quello che conta. Anche perché non è la
serata adatta per soffermarsi troppo sui dettagli. Nella tappa più a
sud del corposo tour italiano dei Justice vige sempre e comunque la legge non
scritta della data più a sud:
“La carenza di eventi live fa sì che nelle rare occasioni
di aggregazione di sfondo ad artisti di un certo spessore e di una certa
notorietà, si concentri un pubblico eufemisticamente più intrepido
e caloroso della norma con un’alta densità di esemplari ed episodi
a essi correlati o da essi scaturiti eufemisticamente più pittoreschi
e meno usuali della norma”.
Come conferma subito il pomposo ingresso in scena accompagnato dal mitico
motivetto di “Ritorno al futuro” di sottofondo dei Bloody Beetroots
con non pochi infervorati – vuoi per l’orario, vuoi per appannamenti
di varia natura – scambiano per i veri protagonisti della serata iniziando
a tirar fuori croci e macchinette digitali. Non che si dimostrino poco all’altezza
i due scatenatissimi e iperattivi trevigiani assoldati per le colonna sonora
di CSI Miami e Need For Speed, nascosti da quella maschera a metà strada
tra Spiderman e l’acerrimo nemico Venom che rende ancora più surreale
lo scenario, ma scambiarli per gli eleganti e posati colleghi parigini è il
primo episodio eufemisticamente pittoresco e poco usuale...
La playlist è fatta di electro-house ben sospinta che svaria tra i
loro remix per Alex Gopher ed Etienne De Crecy passando per altri remix di
Daft Punk, Timbaland fino a gli Lcd Soundsystem di “Time To Get Away” remixati
dal Gucci Soundsystem e i Bucketheads di “These Sounds Fall Into My
Mind”. E imprevedibili parentesi di rock puro e duro – il remix
di “Killing In The Name” dei RATM e “Seek & Destroy” versione
originale dei Metallica – da cui scaturisce una pittoresca espettorazione
animalesca di pogo e corna protese verso le croci farlocche che dall’alto
osservano impietrite.
La Croce con la C maiuscola, quella autentica, si materializzerà poco
più tardi davanti alla consolle, nel buio da cui prende vita la maestosa “Genesis”.
Loro un po’ come i loro connazionali e maestri ispiratori Daft Punk si
divertono a destrutturare i brani sciorinando beffardamente assaggini dei brani
più noti tra un passaggio e l’altro. Così capita che l’hit
intelligente dell’anno, “D.A.N.C.E.”, si manifesti nell’introduttivo “Do
the D.A.N.C.E. 1,2,3,4 fight” buttato tra un’accelerata “The
Party” e l’accenno incerto di “New Jack”. Sempre sul
punto di dirigersi verso l’irresistibile cambio di tempo che però non
arriverà mai. Trattamento simile, forse meno perfido e autolesionista,
riservato al remix-tormentone che ha fatto puntare su di loro i riflettori
dei dancefloor di tutto il mondo, “We Are Your Friends” dei Simian.
Apertura solenne, reazione corale dell’esagitata platea per quello che
per molti sembra rappresentare l’unica canzone realmente apprezzata,
per non dire conosciuta. Inizialmente mixata allo svampito oh oh oh che
apre “Atlantis To Interzone” dei Klaxons. Puro divertissement,
insomma. I silenziosi e dalle movenze tutt’altro che appariscenti, Gaspard
Augé e Xavier de Rosnay, sembrano prendersi relativamente poco sul serio.
A differenza di certi personaggi, ben più convinti dei propri mezzi,
che hanno scambiato la serata l’evento per una normale serata discotecara
del sabato. E lo noti dalle movenze decisamente, oltremodo appariscenti più che
per il look pittoresco che perde colore e smalto nella penombra della platea.
Meglio non rievocare troppo perché fortunatamente l’inqualificabile,
o per meglio dire, la pittoresca maggioranza dei presenti che il Nanni Moretti
di “Sogni d’oro” avrebbe apostrofato senza eufemismi non
rovina troppo le convulse atmosfere costruite dai gagliardi cut’n’paste
del duo. Tornando agli aspetti prettamente musicali, infatti, l’equilibrio
si rivela ineccepibile o quasi, tra liquide campionature da maestri del french
touch, devastanti progressioni ai limiti della techno, strappi rumoristi
e centellinatissime soste ritmiche. Il feticcio dai connotati sacrali che ha
dato il titolo all’ottimo LP d’esordio (┼, “Cross”)
troneggia sul palco come sulla copertina dell’album in un essenziale
alternanza di colori nel buio della scena che accompagna le travolgenti “Phantom”,
parte prima e parte seconda. Intermezzi spigolosi con le basi che sembrano
freneticamente inciampare e implodere su se stesse. A volte calcando un po’ la
mano così le impalpabili “DVNO” e “Stress” versione coitus
interruptus lasciano un po’ di amaro in bocca. Con la consolazione
della micidiale revisione in salsa Justice di “NY Excuse” dei Soulwax.
Per convincersi poi più o meno definitivamente circa l’umore e
gli intenti dei Justice formato live, arriva l’imprevisto secondo episodio
dedicato ai Metallica con un’inspiegabile “Master Of Puppets” troncata
comunque prima del degenero tra i ghigni compiaciuti dei due parigini nascosti
nell’oscurità della consolle.
L’ultimo atto di questo rito pagano ed edonista, perfetto contrasto
della Croce-feticcio che, imponente e ammonitrice, non smette mai di illuminare
la folla, si consuma in un tripudio di bassi, distorsioni e incontrollati beat.
La vorticosa e annebbiante tempesta di “Waters Of Nazareth”, pur
destrutturata e deformata a modo loro, si spegne improvvisamente.
E con lei la Croce ┼
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