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JULIE'S HAIRCUT + FILTHY RICH - Concerto al Calamita di Cavriago (RE) (31 gennaio 2004)

di Daniele Paletta

Questo � un concerto di "Live in Kalporz!" - Clicca per vedere il programma dei sabati kalporziani al Calamita di Cavriago (RE)Da molto tempo un concerto non riusciva a farmi divertire così, le note che uscivano dalle casse a travolgermi, ora violente, ora sinuose, ora trascinanti. Credo di non dire fesserie se scrivo che ci sono davvero pochi gruppi, oggi, in Italia, a saper stare sul palco come i Julie’s Haircut.

Li ricordavo, in un breve concerto di qualche anno fa, suonare freschi e accattivanti, ma spazzati via da un live incredibile dei Marlene Kuntz subito dopo: beh, quello che ho sentito ieri sera è stato sorprendente. Avevo impiegato più tempo del previsto ad entrare tra le pieghe del nuovo “Adult situations”, ma questo concerto ha rimesso tutto nella giusta prospettiva: i Julie’s Haircut sono un gruppo che dovrebbero, anche all’estero, iniziare a invidiarci in molti.

L’inizio è pura e contagiosa melodia, potente quanto basta per scuoterti (“Academy awards” e “The power of the psychic revenge”); il suono si dilata con “The last boy living in Zombietown”, per raggiungere picchi emozionali e sonori incredibili nelle ballate del precedente disco, “Stars never looked so bright”. Il palco si popola di oggetti strani (luci, pupazzetti meccanici che vagano tra gli strumenti, perfino una bandiera degli Iron Maiden!), e vibra per l’energia che il gruppo mette in ogni canzone: perfetta “Marmalade”, dirompente elettricità in “Electric 80”, avvolgente psichedelia nella splendida “The big addiction” (in realtà suonata non troppo bene).

C’è tempo anche per ripescare vecchi brani (“Dio mio, abbiamo già dei vecchi brani!”, commentano dal palco), e allora ecco la carica irruente e scanzonata di “Set the world on fire” e “Black T-shirt” e il blues acidissimo della storica “Safe as” (uno dei punti più alti della serata, con ospite alla voce il cantante dei Joe Leaman); tutto si scioglie nei riverberi dilatati di “Private hell”, e il gruppo esce tra gli applausi. Uno dei concerti più belli di “Live in Kalporz!”, praticamente perfetto, emozionante come ci hanno insegnato che il rock dovrebbe essere, e invece molto spesso, ultimamente, non è.

Note di merito anche per il gruppo spalla, i Filthy Rich. Pur proponendo un suono abbastanza alla moda, e risultando le loro canzoni alla lunga troppo omogenee tra loro, tengono il palco con grande sicurezza, e riescono a coinvolgere puntando su ritmiche battenti e chitarre sporche. Mi viene da pensare che, se fino a un paio di anni fa una delle band più imitate dagli esordienti erano i Marlene Kuntz, oggi sono i White Stripes a fare più danni nella mente di chi imbraccia una chitarra: un suono che sta diventando anche troppo trendy per i miei gusti, ma non me ne vogliano per questo i Filthy Rich, che anzi dimostrano di conoscere a fondo la storia del rock a cui si ispirano, con ricordi di band come Stooges e, perché no, anche dei Jam, tra le note aspre delle loro canzoni.




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3 febbraio 2004

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