Mike Scott, leader dei Waterboys,
scrisse una canzone intitolata "In search of a rose",
dove si narra di un viandante che "...wherever is
he going, he'll go, in search of a rose." Forse
l'altra sera, all'Ocean di Hackney, qualcuno ha
trovato la sua personalissima rosa musicale, seguendo
la travolgente ed istrionica esibizione di quel
folletto chiamato Julian Cope. In questa nuovissima
multisala riservata ai concerti, inaugurata poco
meno di due mesi fa dai redivivi Soft Cell di Marc
Almond, assistiamo alla penultima tappa dell'ennesimo
mini tour dell'ex Teardrop Explodes. Julian fa il
suo ingresso sul palco verso le 20.30, vestito di
una tuta militare, stivaloni glam con zeppe di 15
centimetri (giuro!), capelli fluenti e trucco da
parodia anni '70. Rispetto al tour
dello scorso autunno, Copey è da subito accompagnato
dal fido Donald Ross Skinner, il quale si siede
alla batteria per un inizio concerto elettrico-cosmico.
Julian suona una di quelle chitarre col doppio manico
che andavano molto 25 anni fa: l'unica differenza
è che qui la parte superiore è a 6 corde, mentre
quella inferiore è a 4. L'abilità dell'artista a
districarsi fra le due diverse ritmiche è notevole
e lo show parte subito a razzo, con un grande inedito
in apertura seguito dalla delirante "By the light
of the Silbury moon" (tratta da "20 Mothers"). Decollato
l'aspetto musicale, non si fa attendere troppo anche
il lato logorroico da predicatore di Julian, il
quale non aspetta altro per cominciare il suo dialogo
eccezionalmente denso con il pubblico, parte del
quale già preparato ed impaziente di interagire
con lui, dando vita ad un rapporto quasi morboso,
dove comicità, rapimento, dissenso, timore riverenziale
verso questo "artista-entità" si sciolgono in un
immenso abbraccio collettivo, con donne e uomini
sopraffatti dalla verve eroticabarettistamusicale
del Nostro. Cope suona la sua sparkling guitar sdraiato,
smitizza le paranoie da rockstar portando al limite
estremo proprio certi atteggiamenti tipici dei frontmen,
scende tra il pubblico durante un'infuocata versione
di "Poet is priest...", abbraccia e bacia tutte
e tutti, sempre con quel suo sorriso e ghigno sardonico,
che nasconde però una sopraggiunta pace interiore.
Quest'uomo che annota puntigliosamente i suoi anni
trascorsi nello showbiz (22), è un uomo che ha passato
di tutto, che dopo aver sfiorato il successo cadde
in un tunnel fatto di acidi che lo avrebbe trascinato
fino quasi alla dissoluzione mentale. Ora sembra
essere un uomo felice, sempre un po' incazzato,
con quel tocco di follia che gli fa luccicare gli
occhi, soddisfatto di ciò che ha costruito, del
suo rapporto intimo col pubblico che lo adora e
soprattutto della famiglia sempre presente nei suoi
pensieri e nella sua vita. Uno degli episodi più
toccanti del concerto è stata proprio la dedica
alle figlie di "I'm your daddy", tenera ninna nanna
da questo sciamano di inizio millennio. Julian ci
ha condotti per due ore e mezza, ininterrotte, attraverso
il suo sterminato repertorio, toccando le altissime
vette emozionali di "Autogeddon blues", "Pristeen"
e "Upwards at 45°", rivitalizzando silly songs come
"Greatest and perfection", agitando qua e là fantasmini
chiamati Syd Barrett e Kevin Ayers in "Jelly Jean"
e nella stralunata "Robert Mitchum", tributo al
periodo di "Skellington", quando l'LSD e la disillusione
da mancato successo avevano scarnificato le canzoni
dell'artista fino all'osso, mostrandone però il
lato più profondo e vero. Tra monologhi sulla musica
"circolare" (la sua) e visionarie tirate al mellotron
si arriva all'ovazione finale, da brividi. Tutto
il pubblico è in piedi davanti al palco e vuole
almeno un bis, nonostante i 150 minuti cantati a
squarciagola senza mai bere un goccio d'acqua. Lui
torna fuori e regala a tutti noi "The great dominions",
perla del repertorio Teardrop Explodes, magia tardo
psichedelica, canzone di lotta, passione e devozione.
"...Mummy, i've been fighting again..." ripete,
andandosene, Julian. I viandanti che ti hanno incontrato
per la prima volta hanno sicuramente raccolta la
tua rosa.