Uscito da tempo dalla logica delle majors discografiche,
Julian Cope si ritrova evocato da questa "Collection"
edita dalla Universal, proprietaria dei diritti
delle canzoni di Copey fino agli albori degli
anni '90.
Questa antologia, dal packaging estremamente
povero e triste, provoca in noi due contrastanti
sentimenti. Il primo è quello solitamente
acceso da operazioni fuori dal controllo diretto
dell'autore, dove un ristretto numero di esperti
(?) si arroga un insopportabile principio di arbitrio
su intere carriere e sulle preferenze dei fans:
quindi, un sentimento di disgusto e di espropriazione
indebita di cose strictly personals. Il secondo
si lega invece ad un'insopprimibile voglia: quella
che il mondo possa finalmente conoscere la vita
e le opere di Cope, uno dei pochi artisti genialmente
ruspanti rimasti sulla scena, nobilissimo discendente
di una tradizione di Grandi Visionari e Beautiful
Losers, tra i quali citiamo Syd Barrett, Scott
Walker, Kevin Ayers, Skip Spence.
"The Collection" raccoglie diciotto
tracce disseminate dall'Archdrude tra il 1984
ed il 1992, apparentemente pescate qua e là,
senza alcun filo logico, se non quello - invero
assai importante - della bellezza. Sì,
le canzoni sono tutte splendide e rappresentative
delle varie e diversissime fasi dell'artista in
quel lasso di tempo.
Così si parte dalle atmosfere ancora molto
Teardrop Explodes dei pezzi tratti da "World
shut your mouth" e "Fried", ellepì
entrambi del 1984. "Sunspots", Head
hang low", "Bill Drummond said",
"Sunshine playroom" e "Greatness
and perfection..." sono fresche ed ingenue
nel loro incontenibile beat soul, mentre le creazioni
estrapolate da "Saint Julian" ('87)
e "My nation underground" ('88) rivelano
la parte più corposamente rock dell'autoproclamato
Santo. "World shut your mouth" e "Trampolene"
in particolare sono i singoli che più vicini
sono arrivati al successo, senza purtroppo raggiungerlo
pienamente. La delusione annienta per qualche
tempo Cope, il quale però rinasce con un
altro meraviglioso vestito, quello di agitatore
sociale e di esperto di religioni pagane che movimenta
"Peggy suicide" ('91), capolavoro nella
discografia del gallese ed in assoluto tra i migliori
albums pop rock della decade. Le grandissime tracce
tratte dal successivo "Jehovahkill"
("The mistery trend", "Soul desert",
la meravigliosa e tesissima "Upwards at 45
degrees") non fanno che seguire il corso
funkspacerockunderground del predecessore, evidenziando
una maturità compositiva e vocale semplicemente
stupefacente.
Sarebbe meraviglioso che questa collezione uscita
in sordina riuscisse a raggiungere qualche ignaro,
in qualche maniera. Noi proviamo ad essere una
"qualche maniera", sicuri che ci ringrazierete,
ad ascolto ultimato.
Recensioni collegate:
Julian Cope
- Peace Love
& Fuck
- Concerto a
Londra (17-11-00)
- Concerto a
Londra (15-5-01)
Syd Barrett - Barrett
Alexander "Skip" Spence - Oar