Joshua Redman si è dimostrato da sempre
un autentico "fenomeno" in quanto a
talento e tecnica. Oggi, a 33 anni (pochissimi
considerata la carriera fulminante ed il prestigio,
sicuramente meritato, di cui gode già da
tempo) si presenta con una formazione a 3, che
non consiste però nel più classico
dei trio: oltre a sax e batteria troviamo, anziché
un prevedibile contrabbasso, l'organo Hammond.
Redman, con questa formazione, si spinge su terreni
parzialmente nuovi, riuscendoci - ancora una volta
- con efficacia notevole, come abbiamo constatato
nel corso del concerto parigino, inserito nella
rassegna "Jazz à La Villette":
per il gruppo una delle prime esibizioni di un
nuovo tour.
Lo stile del sassofonista e le sue linee melodiche
sono inconfondibili, e dal vivo lo si ritrova
tale e quale se non migliore di com'è nei
suoi album incisi in studio (potete procurarvi
il live "Spirit Of The Moment", per
verificare la potenza che il ragazzo esprime in
concerto). Grazie ad una tecnica magistrale riesce
ad avere un controllo dello strumento pressoché
perfetto; ma ha anche un'anima ed una sensibilità
straordinarie, potendo così rendere le
sue esecuzioni trascinanti, istintive e nel contempo
curatissime ed impeccabili.
Joshua Redman non è un profondo innovatore;
preferisce muoversi in campi piuttosto classici,
senza però disdegnare certe influenze suadenti
della musica pop. E difatti anche l'Elastic Band
propone un melange in cui oltre al genere "padre"
si trovano, in sintonia, soprattutto funk e rock.
Il risultato è efficace e moderno: uno
dei grandi pregi di Joshua è in definitiva
quello di avere svecchiato il jazz, non allontanandosene
troppo, ma sviluppando al suo interno modi che
sanno molto di nuovo. Il che non è male.
Brian Blade, compagno di vecchia data, è
una macchina ritmica potente come poche altre,
riuscendo a spaziare dal jazz più etereo
e lieve, ai possenti groove di sapore funk/soul,
sempre con eclettismo e precisione, oltre che
con una travolgente energia di stampo decisamente
"black". Completa il trio il giovane
tastierista Sam Yahel, che dei tre è il
meno noto, ed il meno istintivo (e d'altra parte,
l'unico "bianco"). Il suo stile è
un po' cervellotico, ma forse questa impressione
viene accentuata anche dal suo essere, on stage,
piuttosto statico e troppo spesso intento ad agire
su slider e manopole varie. Inoltre deve subire
il confronto con il tumultuoso Brian Blade, e
soprattutto con lo stesso Joshua: movenze da vero
animale da palcoscenico, con un fisico da atleta
ben accompagnato ad un abito elegante.
Anche Sam Yahel comunque ha ottime doti, e -
forse proprio per complementarietà rispetto
ai due compagni - è anche grazie a lui
che l'output del trio risulta completo e pieno;
sono sue tra l'altro anche le linee di basso.
Oltre che del caldo Hammond B-3, Sam fa utilizzo
di pianoforti elettrici, e talvolta di suoni synth
che vedono cimentarsi il trio in territori vagamente
fusion. Joshua stesso fa uso di una pedaliera
di effetti per sbizzarrirsi ad elaborare il proprio
suono di sax; inoltre talvolta - soprattutto quando
deve lasciare spazio agli assoli del comprimario
Yahel - lo si vede destreggiarsi pure sulle tastiere
(naturalmente con una certa abilità).
L'interplay è ottimo e il trio riscalda
parecchio il foltissimo pubblico, nella Salle
Charlie Parker della Grande Hall ove si tiene
il concerto, conducendolo per due ore quasi per
mano tra ballate dolci tipicamente "Redmaniane"
e pezzi infuocati, ritmatissimi. Eseguiti per
lo più brani originali composti dal trio.
Se vi capita, andateli a vedere: veramente notevoli.