In una notte buia e tempestosa, in quel di Milano,
la musica compie un altro dei suoi miracoli, trapiantando
ai Magazzini Generali un angolo di autentica America
in occasione dell'unica data italiana dei Jon
Spencer Blues Explosion ("chi?"). Si
sta belli pigiati davanti al palco, ed è
un bene, perché vuol dire che gli aficionados
esistono anche da noi: mi ero un attimo sconfortato
quando, parlando con almeno trenta persone dei
JSBE, la risposta plebiscitaria era stata, appunto:
"chi?".
Già, chi sono i JSBE? Possiamo dire che
Jon Spencer è australiano, che prima ancora
di saper suonare e cantare aveva fondato un gruppo,
i Pussy Galore, che sono stati una leggenda dell'underground
newyorkese. Presto esaurito questo esperimento,
il nostro si è unito a Russel Simins e
Judah Bauer (entrambi ex Honeymoon Killers) per
fondare un trio di anime perse, imbottite di blues
e rock 'n' roll, e con una gran voglia di farsi
sentire. Correva l'anno 1990. Dieci anni dopo
i JSBE sono ormai affermati come uno dei gruppi
più innovativi ed esplosivi (nomen omen)
della scena rock internazionale, e diffondono
un vangelo incendiario, predicando con due chitarre
e una batteria. Non disdegnando nemmeno di remixare
i propri pezzi, magari con una mano dagli amici
di vecchia data: Moby, Beastie Boys e Beck
su tutti. Ma i JSBE sono e rimangono una live
band, gente che a uno studio di registrazione
preferisce di gran lunga una plaeta urlante. E
ci tengono a farlo sapere. "Aaaah, ladies
and gentlemen
would you welcome please
the Blues Explosion!", annuncia il nostro
appena imbracciata la chitarra. E via, si parte.
Il concerto è un'esperienza davvero travolgente:
superato l'impatto con un'acustica che impasta
i suoi meglio di una sfoglina emiliana, i nostri
prendono le misure dopo i primi due pezzi e se
ne escono con tutto il loro potenziale, infiammando
gli spettatori con "She Said", singolo
dell'ultimo album "Plastic Fang". Da
lì in poi la serata scorre via con lo stesso
effetto di un bourbon liscio, i pezzi incollati
l'uno all'altro, tirati dal primo all'ultimo accordo,
carichi di energia ed entusiasmo. Sul palco Jon
è un singolare incrocio di Beck, di Mick
Jagger (quello dei bei tempi andati), e di un
Elwood Blues molto in acido. Suona, canta, urla,
salta, ammicca, si butta per terra; domina la
scena e conquista tutti, credendoci lui per primo.
Accanto a lui Judah Bauer schitarra che è
un piacere, con meno fronzoli ma uguale sostanza,
e Russel Simins è perfetto alla batteria:
preciso e potente, si esibisce senza sforzo apparente
in alcune raffinatezze mica da ridere. La musica
dei JSBE è un ibrido poco noto di questi
tempi, che tuttavia suona terribilmente familiare:
R.L. Burnside, certamente, James Brown, Howlin'
Wolf, Jerry Lee Lewis: i ragazzi sul palco conoscono
a memoria i vangeli del rock e del blues, e li
rileggono alla loro maniera, citando accordi,
motivi e riff di almeno cinquant'anni di musica
con una tecnica, una freschezza e un'ironia veramente
ammirevoli. Il progetto di Jon Spencer è
piuttosto chiaro: rileggere il rock in chiave
blues, contaminandolo di tanto in tanto con le
influenze più diverse ("Killer Wolf",
"Sweet 'n' sour", un magnifico soul
in "Midnight Creep", qualche pennellata
di gospel e funk qua e là). Lo spirito
guida dichiarato è, e scusateli se mirano
bassi, Jimi
Hendrix. Nel concerto la sperimentazione/decostruzione
sonora tipica di alcuni lavori passati dei JSBE
è quindi lasciata sullo sfondo, in favore
del sound più schiettamente rock che caratterizza
l'ultimo album; ma i momenti più alti della
serata sono proprio quelli in cui i nostri recuperano
i loro classici più ambiziosi, come "Blues
explosion attack" (un'esplosione di suoni
incontrollati e di riff da autentici virtuosi)
e "Orange", che strappa ululati di approvazione.
Non vorremmo più lasciarli andar via, questi
ragazzi, perché la musica che hanno nel
sangue è contagiosa e travolgente; e alla
fine capisci perché negli Stati Uniti del
sud il blues è per tutti "la musica
del diavolo".
Un piccolo scoop per chiudere in bellezza: tra
i bis spunta anche la cover una canzone dei Boss
Hog, "I dig you", rimessa in piedi come
un gioiellino in chiave r'n'b. Cover a metà,
a dire il vero: dei Boss Hog Jon Spencer è
il chitarrista, nonché, beato lui, pure
consorte della vocalist Cristina Martinez. Stavo
parlando del diavolo? Ladies and gentelmen, please
welcome
Jon Spencer.
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