Nessuna
ansia di rinnovamento, nessun disco nuovo da promuovere
per dimostrare a se stessi e agli altri di essere
ancora giovani e ispirati; i Jethro Tull si presentano
sul palco del Palatenda di Brescia con l’unica intenzione
di assomigliare semplicemente a se stessi.
La serata comincia con i Young Dubliners, giovane
band irlandese composta da sei validi polistrumentisti.
Subito il pubblico si incendia grazie agli indiavolati
ritmi "traditional" dei Dubliners che
hanno modo di dimostrare tutta la loro preparazione
tecnica (ineccepibili il flautista e il violinista)
ma anche una certa povertà compositiva.
L’atmosfera è ormai calda (in tutti i
sensi, data l’afa venutasi a creare nel soffocante
Palatenda) per i Jethro Tull; i nostri non tardano
a darsi al proprio pubblico. Subito risuona il
riff rauco e immortale di "Cross Eyed Mary",
su cui si destreggia perfettamente un arzillo
e pimpante Ian Anderson. Da subito l’attenzione
non può che concentrarsi sull’istrionico
cantante dei Jethro Tull, che non si risparmia
nelle sue scorribande lungo il palco, accompagnato
dal suo inseparabile "flauto magico"
con cui incanta il pubblico. La voce di Anderson
è cauta, dosata a regola d’arte, e come
sempre sorniona e melliflua.
Come si è già detto, il concerto
non ha altro scopo che quello di celebrare un
gruppo che da più di trent’anni solca le
difficili acque del rock; e così la scaletta
non può che essere concentrata sui classici
intramontabili del gruppo, classici che, non casualmente,
risalgono per la maggior parte ai primi anni ’70.
Anderson accompagna il suo pubblico lungo il repertorio,
presentando con fare didascalico ogni singolo
brano: da "Boureè" a "Thick
As A Brick" (in occasione della quale Anderson
ironizza sulla sua valenza di "concept album"),
da "Songs From The Wood" a "Bungle
In The Jungle". L’apoteosi ovviamente viene
raggiunta con "Aqualung", resa ancora
più emozionante dalla strepitosa performance
di un mai sorpassato Martin Barre, e con "Locomotive
Breath", sudatissimo bis giunto in extremis.
Un’autentica festa del rock, accompagnata da
baiadere, conigli giganti, palloncini che contribuiscono
a colorire il mondo fatato dei Jethro Tull. Certo,
in certi momenti la nostra fede nel rock può
vacillare quando Anderson riesce a passare con
disinvoltura dalle note sognanti di "Songs
From The Wood" alla solenne incazzatura verso
gli assistenti di palco a causa di un inconveniente
tecnico, con tanto di lancio di bottiglia nella
schiena del malcapitato; ma amare i Jethro Tull
vuol dire anche credere nelle favole, non necessariamente
a lieto fine.
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Ian Anderson - "La
notte dei flauti" - Concerto a Reggio Emilia