Il nove luglio 2003, Roma è stata scossa fortemente…
e speriamo non si riprenda più. Non parliamo di
avvenimenti di cronaca come terremoti o inondazioni,
ma semplicemente del magnifico concerto che i
Jethro Tull
hanno eseguito davanti qualche migliaio di persone.
Ian Anderson e soci, tra cui un redivivo Martin
Barre che se con gli anni ha perso un po' di pulizia
nell'esecuzione ha di certo guadagnato in potenza
ed aggressività, hanno suonato pezzi storici dal
loro repertorio (per intenderci quelli che vanno
da "This Was" a "Living
in the Past") e altri ottimi brani estratti
da album più recenti.
La prima cosa che sorprende dei Tull è la spiccata
vitalità e giocosità che hanno i musicisti: il
"folletto di Edimburgo" non si è fermato un attimo
ed oltre a cantare, suonare, ha iniziato a scalciare,
a ballare e a fendere l'aria con calci ben assestati
(soprattutto durante l'impressionante esecuzione
di "My God"), a maneggiare il flauto come fosse
una "Stratocaster" e a fare foto al pubblico capitolino
in visibilio. Altro giullare è stato il convincente
Andrew Giddings che oltre ad incantare con l'intro
di "Locomotive Breath", ha anche colpito per la
sua simpatica apparizione sul palco, prima con
un cavalluccio con la scritta "Tull", poi con
camice e copricapo da minatore fornito di lampadina
che, con il suo potente raggio di luce illuminava,
il pubblico e i compagni.
La musica è stata bellissima, suggestiva e ben
suonata, soprattutto dopo che Anderson ha fatto
smettere di fumare qualche migliaio di romani;
ma ciò che ha impressionato maggiormente è stato
il vigore con cui i vecchi classici sono stati
riportati in auge: l'etnica "Fat Man", "Songs
from the Wood" che pur non essemdo proprio lontanissima
nel tempo è una delle tracce più amate dai fan,
la commovente "Wind Up", l'intensa "My God" e
ovviamente, dopo essere stata accolta da un boato
incredibile, l'energica "Aqualung".
Peccato che comunque non siano mancati un paio
di pezzi evitabili, pescati dagli ultimissimi
album, che hanno preso il posto di canzoni magari
più gradite al pubblico (per esempio "Thick as
a Brick" o "A New Day Yestarday") e non abbiano
bissato, a grande richiesta del pubblico, "Aqualung".
I Tull comunque sono riusciti nell'intento più
nobile: Anderson ci ha portato lontano dalla realtà
quotidiana per ben tre ore, facendoci sembrare
la loro Musica tutta la nostra vita. E dal lontano
1968 questo gruppo, che prende il nome da un agronomo
anglosassone, è sempre stato amato dal pubblico
e non ha avuto quasi mai battute d'arresto. Lunga
vita ai Jethro Tull!
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