JENNIFER GENTLE - Concerto al Circolo degli Artisti (Roma) (9 febbraio 2008)
di Francesco Giordani
Dopo aver assistito ad un concerto come quello tenuto dai Jennifer Gentle lo scorso 9 febbraio al Circolo degli Artisti, risulta nel complesso più facile capire e rassegnarsi all’idea che le cose in questo mondo non accadono quasi mai per caso. Non è un caso che una band come i Jennifer Gentle pubblichi da tre anni i propri dischi per una label di risonanza internazionale come la Sub Pop. Non è un caso per una ragione fin troppo semplice: i Jennifer Gentle sono senz’ombra di dubbio una della band più valide e originali dell’intero panorama italico contemporaneo. Non manca nulla: eccellenti qualità esecutive, un suono straniante, lunare e intimamente originale, arrangiamenti vivaci e infarciti di soluzioni imprevedibili e giocose e, su tutto, una genialità a tratti debordante in sede squisitamente compositiva. Un piccolo miracolo, insomma.
Il gruppo guidato da Marco Fasolo, folletto umile e gentile, è stato anticipato sul palco dai bresciani Edwood, i quali, forti di un disco di valore (l’ultimo “Punk music during the sleep”) si sono prodotti in un’esibizione abbastanza convincente, imperniata su un discreto ibrido sonoro in stabile equilibrio tra eterei tastierismi sintetici alla Postal Service e post rock dilatato e sognante. Mentre un gin lemon (con troppo limone) allietava le papille gustative e in parte annegava l’umiliazione di aver fatto irruzione in un bagno occupato da un’ignara signorina alle prese con inderogabili impellenze corporali (con conseguente e goffa fuga tra la folla per non essere scovato), i Jennifer Gentle hanno timidamente preso possesso sul palco in formazione a cinque (due chitarre, basso, batteria e un tastiera in vena di piacevoli scherzi), nel giubilo dei non numerosissimi spettatori. La prima impressione è stata quella di ascoltare l’ultimo gruppo progressive italiano ancora esistente. Le evoluzioni circolari della chitarra, l’incedere sempre più inarcato delle parti ritmiche, unitamente al tono vagamente liturgico e trasfigurante delle tastiere, hanno subito riportato alla mente lontane ma distinte reminescenze di Genesis, Van Der Graaf Generator, primi Pink Floyd (e come non aspettarselo con un nome così, che più intrinsecamente barrettiano non si potrebbe immaginare?) e (quasi omonimi, anche qui non per caso) Gentle Giant. È stata così riproposta gran parte dei brani dell’ultimo “The Midnight Room” (che alla luce di quanto visto e ascoltato si merita un ascolto più attento), con qualche sparso ma significativo ripescaggio dal repertorio storico come “Liquid Coffee” o “I do deam you”, il tutto intervallato da un paio di intermezzi strumentali dal piglio più apertamente destrutturato e spaesante (a tratti forse gratuito).
Pezzi come “Telephone Ringing”, “It’s in Her Eyes”, “The Ferryman” o la bellissima “Take My Hand” hanno proiettato sul pubblico un mondo equivoco e fluttuante fatto di proporzioni sfasate, specchi deformanti, impercettibili trucchi prospettici, strane e bislacche creaturine immaginarie dallo sguardo pestifero e dal ghigno maliziosamente luciferino, sottopassaggi e microscopiche porticine che sboccano su altri labirintici sottopassaggi e nuove porticine identiche alle precedenti (che però nel frattempo sono svanite), fino all’approssimarsi circospetto di un fungo multicolore e pulsante che chiede solo di essere assaggiato. In una parola: psichedelia, nella più classica e druidica delle accezioni. A dominare su tutto poi, la voce (a tratti quasi virtuosistica nei suoi gorgheggi) da fanciullino imberbe e indifeso del prode Fasolo, in bilico tra un Aladino aggrappato al tappeto volante della sua musica da mille e una notte senza fine e un Pierino che cerca di addomesticare al suono di favole surreali il Lupo ombroso e informe dei suoi fantasmi più riposti.
Un ringraziamento a Giorgio Rajani e ai compilatori del Tuttocittà.
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