Tanto funky, tanto spettacolo, e tanta tanta
acqua. Così si può riassumere lo
strepitoso concerto tenuto dai Jamiroquai a Verona.
Un concerto che, nonostante le condizioni metereologiche
avverse, ha fatto ballare per due ore i gremiti
spalti dell'Arena.
Luci, laser, e un allestimento scenico imponente.
Il palco, costruito a mo' di piramide Maya, è
attraversato da una lunga scalinata, su cui JK
ha dato vita alle sue performance coreografiche.
I musicisti, disposti su più ripiani, sono
stati i protagonisti di un sound decisamente d'impatto,
anche se non sempre definito. Molto presente,
come volumi e come presenza negli arrangiamenti,
il recente acquisto della band, il chitarrista
Rob Harris, che ha saputo passare con disinvoltura
dai pulitissimi accompagnamenti funky alle svisate
distorte alle soglie del metal. Un po' sotto tono
il bravissimo bassista Nick Fyffe, sovrastato
da montagne di tuonanti riff di basso synth.
Il concerto inizia con "Twenty Zero One",
tratta dall'ultimo disco "Funk Odyssey",
e già si capisce come butta. Suoni elettronici
a profusione, batterie sintetiche pulsanti, e
un'atmosfera da discoteca all'aperto. JK si presenta
sul palco con un paio di pantaloni bianchi e con
uno dei suoi soliti cappelli "spaziali".
Di fronte al palco è stata posta una pedana/pista,
su cui il nostro si è esibito nei suoi
balletti dall'effetto "tapis-roulant".
È incredibile vedere come questo folletto
inglese riesca a distribuire perfettamente le
forze tra il ballo e il canto; tanto da farlo
sembrare così facile e naturale. JK pare
essere in serata, lasciandosi andare spesso in
lunghe chiacchierate con il pubblico (forse anche
un'astuta tattica per riprendere fiato!). E con
la dedica a tutte le "Italian cosmic girls"
c'è il primo boato del pubblico per uno
dei brani più famosi dei Jamiroquai. Largo
spazio viene comunque concesso all'ultimo disco,
che sembra già essere entrato nel cuore
dei fans. Lo dimostra l'incredibile accoglienza
riservata a "Love Foolosophy", ultimo
singolo tratto da "A Funk Odyssey",
e certamente uno delle canzoni più belle
spuntate dal cilindro di JK. Dopo un finale fatto
di stacchi da big band, il brano viene unito ad
un altro straordinario pezzo, quel "Canned
Heat" tratto dallo sfortunato "Synkronized",
album mai particolarmente entrato nelle grazie
del pubblico. La canzone è la perfetta
icona dello stile dei Jamiroquai: dance music
anni '70, condita con funky, soul, e un pizzico
di elettronica, con una strizzata d'occhi all'acid
jazz. Purtroppo brani come questi, impreziositi
dalle sfumature armoniche di piani elettrici e
archi, vengono penalizzati dai suoni troppo impastati
del palco.
Verso metà concerto arriva la parentesi
"intimista" della scaletta. Purtroppo
esso coincide con il momento in cui la pioggia
si fa più cattiva. Difficile far risaltare
un pezzo delicato come "Corner Of The Earth"
sopra il rumore scrosciante di un acquazzone violento;
eppure JK riesce molto professionalmente a tenere
in piedi la serata e l'attenzione del pubblico,
a tratti troppo occupato nel cercare qualcosa
con cui ripararsi: prima di tutto condividendo
la pioggia con i propri fans, cantando fuori dal
palco e continuando a ballare su una pista ormai
fradicia, e poi cercando di coinvolgere il pubblico
in cori come "We can't stop the party".
Ed effettivamente la festa è andata avanti,
con tutti i brani più famosi del repertorio:
da "Deeper Underground" a "Virtual
Insanity", da "Little L" fino a
"Alright", che ha chiuso la parte ufficiale
del concerto. Piccola curiosità: dalla
scaletta è stata esclusa "You Give
Me Something", penultimo singolo tratto da
"A Funk Odyssey". Forse non abbastanza
"groovy" per essere proposta in un concerto?
A gran voce viene richiesto e concesso un bis;
ed è proprio quella "Love Foolosophy"
tanto acclamata ad inizio concerto.
Due ore di puro divertimento in compagnia di
un artista geniale in studio di registrazione
ed estremamente generoso sul palco.
collegamenti su MusiKàl!:
Jamiroquai - A
Funk Odissey