È sempre divertente, nei giorni successivi alle esibizioni di band storiche più o meno giurassiche, andarsi a leggere i commenti di fan e appassionati, i quali fan e appassionati possono essere approssimativamente suddivisi in tre comode categorie: 1. kamikaze 2. snob 3. cerchiobottisti. I primi sono pronti a morire per i loro beniamini, li considerano intoccabili, perfetti anche quando suonano e cantano da staccargli la spina, per loro un concerto è più che altro un rito, questione di pelle più che di orecchio; i secondi, modernisti un po’ sadici, godono da morire nel demolire, specialmente i monumenti del rock, diffidano per partito preso di tutto quanto sia più vecchio di dieci anni o giù di lì e giudicano apoditticamente in videoconferenza; gli ultimi, più saggi e professionali, sono gli unici ad utilizzare il metodo induttivo, cioè ascoltano prima di giudicare: peccato che nella loro ansia di scientificità e imparzialità assomiglino a pedanti medici legali alla CSI che nello sforzo di analicità alternano e accumulano fredde notazioni pro e contro senza raggiungere una sintesi. Tanto rumore per nulla.
Nel caso degli Iron, come in quello classico dei Rolling Stones, la domanda da porsi è solo una: come hanno suonato? Il giudizio sulla band e la sua musica, con le inevitabili oscillazioni, luoghi comuni, classificazioni di comodo e compagnia bella, è già scritto da tempo. È del tutto inutile protestare contro “i soliti Iron Maiden”, “la solita scaletta” e via dicendo. La verità è che anche il critico non particolarmente propenso al metal, ed è il caso nostro, esce dal concerto con la netta sensazione che il vento del rock, quello classico di una volta, spiri possente dalle parti di Dickinson e compagni. È vero, sono immutati e forse immutabili: ma perché dovrebbero cambiare? Il mito conformistico e stantio del cambiamento a tutti i costi inizia a puzzare. Precisione, tecnica, voce, spettacolo: in fondo che cosa volere di più? Perché cambiare? Se ormai li conoscete a memoria rinunciate ai loro concerti o saltatene qualcuno, non siete mica obbligati ad andarci. Se invece finite per cascarci sempre allora siete masochisti o doppiogiochisti.
Per la cronaca, la prima data europea del “Somewhere Back In Time World Tour”, revival incentrato sul trittico della maturità, “Powerslave”, “Somewhere In Time”, “Seventh Son Of A Seventh Son”, non ha deluso le aspettative. Per la verità i primi due o tre pezzi hanno suonato in modo non esaltante, probabilmente a causa delle attrezzature e del palco collettivi del Gods, difficilmente tarabili su misura: basso e batteria troppo forti a scapito di voce e chitarre in sordina. Poi è arrivato l’aggiustamento in corsa e si è potuto godere della voce intatta ed implacabile di Bruce Dickinson, sostenuta da una forma fisica ancora smagliante che non sembra risentire dei cinquant’anni quasi suonati.
Gli Iron Maiden suonano per così dire a spartito, niente variazioni o improvvisazioni; hanno sempre fatto musica, mai rumore: una musica più complessa - e perfino colta - della media metallara e dalla vocazione piuttosto trasversale, come dimostrato da brani lunghi ed elaborati come “Rime Of The Ancient Mariner”, una chicca da 15 minuti con intermezzo progressivo che gli inglesi non proponevano in concerto da parecchio tempo, o “Alexander The Great”, unico vero rimpianto della serata bolognese. La scenografia è quella che ti aspetti: in tempi di palchi supertecnologici, maxischermi futuribili e multimedialità varie gli Iron sfoggiano ancora cartapeste, sipari e pupazzoni teatrali di sapore gustosamente retrò, con un Eddie nella versione fantascientifica di “Somewhere In Time”. La scaletta è di quelle da accontentare un po’ tutti, anche se forse i cultori di “Seventh Son…” avrebbero voluto ascoltarne qualcosa di più. L’unico vero enigma da sciogliere di questa band granitica, una delle poche, fra quelle storiche, ancora attiva (anche discograficamente) nella formazione tipo, resta la presenza di Janick Gers, del tutto superflua dopo il rientro in formazione di Adrian Smith nel 1999: la terza chitarra è puramente esornativa, praticamente inutile, tant’è vero che per lunghi tratti non suona quasi e il biondo può dedicarsi a folleggiamenti al limite del folkloristico.
Per la cronaca, come dichiarato dallo stesso Dickinson durante lo show, le autorità italiane hanno vietato l’utilizzo di alcune pirotecniche fiammate.
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