Fabio Bielli, Roberto Rizzo, Daniele Malavasi
e Alessandro Ruppen, ovvero i R.U.N.I., arrivano
al secondo album dopo l’apprezzato esordio
su Wallace del 2001 “Il cucchiaio infernale”.
All’epoca parlando della band si fece spesso
e volentieri riferimento all’elemento “ironia” – termine
forse così difficile da definire – rischiando
così di perdere di vista la componente
musicale.
“Ipercapnia in capannone K” può essere
utile proprio per questo, per prendere realmente
coscienza della tessitura sonora che i quattro
milanesi sono in grado di imbastire e cercare
di rimediare ad uno spiacevole vizio di forma
che pretende di ragionare a blocchi e semplificare
eccessivamente i contrasti (i R.U.N.I. sono stati
i musicisti di Bugo? Allora l’equazione
deve per forza portare a R.U.N.I.=Bugo).
La varietà di
stili è veramente notevole, capace di
passare da atmosfere Kraut nell’iniziale “Nove” ad
accelerazioni indie-rock in “In autunno
fogliamo”, con la voce che si fa urlo distorto
e incomprensibile e il ritmo che si spezza in
catarsi riflessive, tra riverberi e flussi di
coscienza. In “Giardini di Rho (hinterland)” la
lirica stralunata entra in contrasto con un ritmo
che sembra voler portare avanti una poetica dello
piazzamento, tra sobbalzi art-rock e improvvise
cavalcate strumentali.
Distorsioni e ossessività accompagnano
il cantato monotono che in “Mi ammacco” afferma “La
bellezza delle ragazze è nelle mie mani”,
in “Il mondo dei trulli è dentro
di me!” e “Non mi sei mai piaciuta” si
fa largo un funk post-industriale, devastato
e attorniato dal rumore, che ricorda da vicino
episodi new wave come Gang of Four. Direttamente
dallo Studio 54 (con aggiunta di fiati) arriva “Imbocca
il down tedesco”, mentre i riverberi elettronici
di “Humus aus” portano alla mente
le atmosfere tecnocratiche dell’area tedesca.
L’album
si chiude sulla frenesia spezzata e rallentata
di “L’aria frigge”.
Insomma, un piccolo bignami degli ultimi vent’anni
di musica, in un album intelligente e che mostra
la maturità raggiunta dalla band, il "gruppo
pop della Wallace”. Un’ottima occasione
per avvicinarsi alla scena indipendente italiana
e rendersi conto di quanto forte sia il pregiudizio
che la accompagna. Sempre tenendo a mente la
lezione di ironia dei R.U.N.I. (che in alcuni
momenti ricordano da vicino i Devo), ovvio, ma
senza farsi obnubilare da questo. Insomma, sicuramente
un album divertente, ma più che altro
un album nel quale si percepisce al volo il divertimento
di chi l’ha composto. E questo non è veramente
una cosa scontata.
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