Disco
fondamentale del progressive, italiano e non. All'altezza
dei migliori dischi inglesi. La possente e calda
voce di Francesco Di Giacomo unitamente ai bei testi
delle canzoni si fondono ad un tessuto strumentale
di prim'ordine. Dopo l'album d'esordio, "Banco del
Mutuo Soccorso", e il concept "Darwin !", datati
1972, il gruppo italiano crea il suo capolavoro.
Si comincia con "Canto nomade per un prigioniero
politico", canzone da oltre 15 minuti che mette
subito in mostra tutte le doti del Banco: un grande
cantante e adeguata perizia strumentale: epico l'esordio
vocale di Di Giacomo, splendida tutta la canzone,
che mostra la personalità e originalità
musicale del gruppo. Segue "Non mi rompete", in
larga parte acustica e piena di grazia, che conferma
le doti interpretative di Di Giacomo. "La città
sottile" è il brano più onirico dell'album.
Infine troviamo la possente "Dopo niente è
più lo stesso", il cui motivo, ma bisogna
ascoltare con attenzione, è anticipato in
"Canto nomade". Chiude il disco in bellezza, con
un bel crescendo, "Traccia II", tutta strumentale;
così come "Traccia", sorella maggiore che
concludeva l'album d'esordio del Banco e a cui,
anche tipologicamente, si collega.
- Canto nomade per un prigioniero politico
- Non mi rompete
- La città sottile
- Dopo ... niente è più lo stesso
- Traccia II
I
commenti
Maurizio/Missionsky 1 dicembre 2001
"Io
sono nato libero" è il disco più
maturo tra i tre capolavori
incisi dal Banco nei primi anni settanta.
Decisivo è anche l'arrivo di
Rodolfo Maltese, che dimostra subito di essere
un maestro della sei corde.
Gli splendidi intrecci di "Non mi rompete"
sono li' a dimostrarlo. Penso che il vero
momento da brivido è la parte iniziale
di "Canto nomade per un prigioniero politico"
dove Francesco Di Giacomo urla al mondo con
tutta la sua forza"Io sono nato libero!".
Insomma, un disco da ascoltare e riascoltare
e riascoltare...
Ocogiulivo 26 agosto 2001
A
quasi quarant'anni e dopo tantissimo tempo,lo
riascolto e rivivo le sensazioni che provavo
allora quando lo ascoltavo le prime volte,e'
stupendo,immaginifico,bellissimo.Chi ama la
musica e non lo ha mai ascoltato e' un angelo
che prova a tenere il volo con una sola ala!Ascoltatelo,vi
portera' in alto,avvicinandovi pericolosamente
al sole,rischiando di farvi scottare le ali
....che finalmente saranno due!!
Corrado 7 novembre 2000
Beata ignoranza! Non perché essa sia una condizione
intrinsecamente piacevole, ma perché dà all’individuo
(volenteroso e consapevole della propria situazione)
la possibilità e soprattutto la gioia di affrancarvisi.
Chi, consigliando ad un amico un disco che
ama alla follia, non ha mai pensato: beato
lui che lo sta scoprendo, io ormai lo conosco
a memoria dalla prima all’ultima nota! E io,
che pensavo di avere una cultura progressive
a prova di bomba dopo aver a lungo coltivato
l’ascolto anche di quei gruppi cosiddetti
di "seconda fila", autori di dischi straordinari
(come Van der Graaf Generator o Camel per
fare solo due esempi), cosa vado a scoprire?
Che proprio nel nostro paese, nell’anno in
cui Peter Gabriel cantava di vendere l’Inghilterra
per una sterlina, usciva un disco sublime,
degno di stare al pari con qualsiasi capolavoro
del genere. Sto parlando di "Io sono nato
libero" del Banco dal Mutuo Soccorso. "Complimenti"
- diranno molti - "hai scoperto l’America...".
Proprio questo è il punto: non è questione
di scoprire, ma di emanciparsi lentamente
dall’ignoranza: io, ad esempio, avevo sempre
snobbato la musica italiana in blocco e nella
mia mente il Banco assumeva i contorni sfumati
di un qualsiasi gruppetto nostrano, al limite
diverso dagli altri per il folkloristico aspetto
del suo cantante. Nel nostro disco c’è proprio
tutto: grande strumentazione, imponenti melodie,
un vero cantante (dimenticavo: sto ovviamente
parlando di Francesco di Giacomo) che, a differenza
ad esempio di ciò che negli stessi anni avveniva
nella PFM, priva di un vero leader, impone
letteralmente la sua presenza (non solo vocale,
vista la sua "massa") con un canto ed una
verve teatrali davvero encomiabili. E non
dimentichiamoci dei testi, sicuramente "impegnati"
e di grande effetto (per tutti quelli che
pensano che il progressive sia solo una questione
di fatine e gnomi...). Non c’è dubbio che
questo disco non faccia parte della tradizione
della musica italiana e che i suoi autori
guardassero soprattutto a ciò che avveniva
musicalmente al di fuori dei nostri confini
(altrimenti non mi sarebbe tanto piaciuto…).
Ciononostante esso resta indiscutibilmente
un prodotto italiano degno di stare alla pari
con i dischi prodotti al tempo dai mostri
sacri d’oltre Manica, quali ad esempio Genesis
o Yes. Non mi sembra che questo risultato
sia stato raggiunto spesso, sia in passato
che recentemente, da artisti nostrani operanti
al di fuori della cosiddetta "canzonetta all’italiana".