Due curriculum scintillanti, due artisti legati
uno ai nomi dei grandi registi con cui ha
lavorato, l’altro alla ragione sociale di uno dei
gruppi più importanti dell’ultimo ventennio: uno
dei più brillanti attori della penultima
generazione hollywoodiana, nonché misconosciuto
autore cinematografico sia nel piccolo (un
incredibile segmento del film collettivo
11’09’01’, il demoniaco e feroce video di The
Barry Williams show di Peter Gabriel) che nel
grande (lo sconosciuto Lupo solitario tratto da
due canzoni di Springsteen, il thriller La
promessa con protagonista un Jack Nicholson
gigantesco); una voce degna di far parte
dell’olimpo della storia del rock, colonna
portante dell’unica band che è uscita dall’epoca
del cosiddetto grunge con la possibilità di
vantare un’unicità incomparabile. Insomma, Sean
Penn ed Eddie Vedder, insieme.
Per il suo nuovo “Into the wild”, una storia di
isolamento volontario, Penn ha pensato di chiamare
in causa il frontman dei Pearl Jam, convincendolo
a fare qualcosa che in molti, fan della band e
non, stavano aspettando da un po’: un disco
solista. E certo che “Into the wild” comparirà
nella directory “Soundtracks”, ma pur sempre di
Eddie e basta si tratta, così come è ovvio che
largo spazio nel cd sia dedicato a scorci
evocativi che fungano da supporto alle
immagini.
Tuttavia, Eddie non ha mai smesso di credere
nelle canzoni, e lo dimostra anche in questa
occasione: a partire dal riff abrasivo di “Far
behind”, fino agli arpeggi di “Guaranteed”
che già immaginiamo come accompagnamento allo
scorrere dei titoli di coda, passando per il banjo
dell’ottima Rise, il momento più propriamente
folk, e per l’intimità soffusa di “Society”, un
pezzo che solo un sogngwriter consumato avrebbe
potuto scrivere. Oltre agli intermezzi più
bucolici e puramente cinematici come “Tuolumne”,
l’album raggiunge il suo zenit con “Hard sun”,
unica composizione firmata da qualcun altro, una
ballata corposa in crescendo dall’incedere
incalzante, e con “The wolf”, peana notturno che
odora di mitologia pellerossa, edificato sulla
corposità magnetica della voce ineguagliabile di
Vedder.
Non tutto di “Into the wild” convince
fino in fondo, né sorprende, perché comunque i
Pearl Jam non hanno mai funzionato a trazione
unica: lo stile di ognuno dei componenti emerge di
volta in volta, ed Eddie ha dimostrato di
possedere una cifra compositiva eccezionale,
tendente a emergere e a farsi notare. “Into the
wild” potrebbe anche non essere un ghiotto
antipasto di una possibile carriera solista del
nostro, e di sicuro non è una presa di posizione o
una dichiarazione d’indipendenza. Però, ne si può
ricavare un assioma: i Pearl Jam senza Eddie
Vedder non sarebbero nemmeno lontanamente la
stessa cosa; Eddie Vedder senza i Pearl Jam regge
un disco intero, e dimostra di averne abbastanza
per andare oltre.
collegamenti su MusiKàl!
Peter
Gabriel - Up
Peter Gabriel
- Ovo
Peter Gabriel -
Peter Gabriel III
Bruce
Springsteen - We Shall Overcome - The
Seeger Sessions
Bruce
Springsteen - Born To Run (30th
Anniversary Edition)
Bruce
Springsteen - Devils &
Dust
Bruce Springsteen - The
Rising
Bruce Springsteen -
Nebraska
Pearl Jam - le
recensioni