Permettetemi una divagazione personale: quando
ci siamo spartiti gli album dei Led Zeppelin da
recensire, il sottoscritto è stato così
scemo da farsi soffiare tutti e quattro i primi,
amatissimi album; ma questo non è nulla,
in confronto al dover scrivere un pezzo su "In
Through The Outdoor". In fondo non ci sarebbe
nulla scrivere: c'è soltanto il profondo
rammarico che gli Zeppelin ci abbiano lasciato
per sempre mettendo a proprio epitaffio un album
imbarazzante, il più brutto della loro
carriera.
Del resto, parlare male di "In Through The
Outdoor" è come sparare sulla Croce
Rossa, e non sarebbe il caso di infierire più
di tanto. Gli Zeppelin provenivano da un periodo
orribile, che aveva visto il tour del 1977, il
primo dopo il grave incidente a Plant, interrotto
a causa di un collasso in scena di Page e alla
morte del figlioletto dello stesso Plant. Nel
1978 i quattro si erano rinchiusi in uno studio
di Stoccolma per ritrovare se stessi, registrando
una decina di brani: sette sono qui, gli altri
finiranno nel postumo "Coda".
Su tutta l'opera grava una confusa tensione al
cambiamento: gli Zep cercano di modificare se
stessi ed il proprio suono, cercando un rinnovamento
che troppo spesso si risolve nel triste tentativo
di apparire "alla moda". Il risultato
più evidente è il massiccio e ingombrante
uso di tastiere e sintetizzatori, che strombazzano
in quasi tutti i brani. Sul piano stilistico,
il Dirigibile vuole allontanarsi a tutti i costi
dagli stereotipi e le etichette che lo hanno accompagnato
nel suo volo, sia dallo hard rock che soprattutto
dal blues, il padre che Page e soci rinnegheranno
mille volte in questi solchi; fanno la loro comparsa
sprazzi di pop, soul, musica caraibica, con cui
gli Zeppelin vogliono confermarsi aperti a influenze
e novità. Ma pagheremmo oro se il frutto
di queste contaminazioni avesse almeno la solarità
e il respiro di una "D'yer Mak'er".
Eppure l'inizio non è dei peggiori: "In
the Evening", introdotta da sintetizzatori
d'atmosfera, è un brano solido e tirato
che ricorda le cose di "Houses of the Holy",
in cui chitarre e sintetizzatori riescono a convivere,
e Page ci piazza un bell'assolo "rumorista".
L'album tiene ancora al secondo pezzo, "South
Bound Saurez", un singhiozzante rock'n'roll
movimentato dal pianoforte di Jones, ma tutto
crolla prima con "Hot Dog", un 'idiozia
country-western in cui Page sembra la caricatura
di se stesso, e poi con "Fool in the Rain",
in cui gli Zeppelin si trasferiscono al carnevale
di Rio, con tanto di percussioni caraibiche e
fischietti: desolante. Con "Carouselambra"
arriva un supplizio di sintetizzatori di dieci
minuti, in cui si ricercano disperatamente le
atmosfere orientaleggianti di "Kashmir",
ma tutto rimane troppo pomposo, troppo sopra le
righe; di fronte a tali e tante sbavature, un
brano come "All my Love", decisamente
virato sul pop, risulta quasi un capolavoro, non
fosse per l' essenzialità e la disciplina
dei suoi archi elettronici, e la crepuscolare
malinconia di cui è permeato. Nel finale
i quattro sentono per l'ennesima volta l'attrazione
fatale della musica afro-americana, ma sono decisi
a non capitolare di nuovo di fronte all'amato-odiato
blues, come era accaduto per "Tea for One"
su "Presence": e così tirano
fuori "I'm Gonna Crawl", unica e tristissima
incursione degli Zep nel soul, con Plant (mai
in forma in tutto il disco) che si contorce e
ulula imitando James Brown e le sue dolorose ginocchiate
sul palco; meglio dimenticare.
Il tour europeo che seguì "In Through
The Outdoor" fu tuttavia incoraggiante: dopo
i periodi bui i Led Zeppelin sembravano aver riguadagnato
la voglia di suonare insieme, mietendo successi
ovunque si esibissero. Si sarebbe potuto sperare
in un loro rinsavimento, se la sorte non avesse
serbato l'ultimo colpo, quello fatale: il 25 settembre
1980 John "Bonzo" Bonham venne trovato
morto in casa di Jimmy Page, che l'aveva reclutato
per suonare la batteria nei suoi New Yardbirds
dodici anni prima. Gli altri non ci pensarono
nemmeno a continuare: Il Dirigibile precipitò
per sempre, lasciandosi dietro una lunga scia
di nostalgia e imitazioni, che ancora oggi alimentano
la leggenda e tengono viva la devozione di uno
dei più sentiti culti del pantheon rockettaro.
1
settembre 2001
Track
list:
1.
In The Evening
2. South Bound Saurez
3. Fool In The Rain
4. Hot Dog
5. Carouselambra
6. All My Love
7. I'm Gonna Crawl
I
commenti
Scooby 26 aprile 2002
La
critica fin dall'ano di uscita dell'album
ha sempre poco
apprezzato il lavoro e, anzi, alcuni tra i
più "grandi" critici hanno
sbeffeggiato il disco. La cosa mi ricorda
i Pink Floyd con il loro album
"The Final Cut".
Io sono sicuro di una cosa: se lo stesso album
fosse stato inciso dai
Beatles gli stessi critici avrebbero gridato
al miracolo. Chi è così pazzo
da affermare che "Obladì Obladà"
è meglio di "Fool in the rain"?
Control'elettronica 15 dicembre 2001
Sapete
nonostante l'evidente e sfrenato uso di tastiere
quest'album non è così brutto.
Certo "Fool in the rain" non è
che sia un
capolavoro ma il modo con cui il dirigibile
sparava musica rendeva piacevole qualsiasi
canzone (E scusate se è poco)
Axl 29 settembre 2001 Visti
i trascorsi che il Dirigibile ha lasciato
dietro di sè,
non posso che essere d'accordo col redattore
della recensione: il disco contiene sì
alcune note positive quali IN THE EVENING
e ALL MY LOVE (brano che secondo me meglio
si intona alla malinconia della copertina),
ma per il resto l'intero disco è un
crollo. Assurdità come FOOL IN THE
RAIN e HOT DOG sarebbero stati inconcepibili,
in altri tempi, da menti del calibro dei quattro
fuochisti del potente Dirigibile. Una nota
sconcertante: questo è stato l'ultimo
disco dei Led Zeppelin, ma all'insaputa dei
quattro, vista l'improvvisa e successiva morte
di Bonham. Avete mai notato come si intitola?
"IN THROUGH THE OUT DOOR", ATTRAVERSO
LA PORTA DI USCITA...
DavideS 3 settembre 2001
Chissà perché, nonostante le
mille smorfie di disapprovazione, non ho mai
"trovato" questo lavoro così
malaccio come da più parti giudicato.
Anzi ho sempre pensato a un lavoro fascinoso
e ricco di buone intenzioni, la maggior parte
delle quali riuscite. Le melodie ci sono,
la struttura dei pezzi non manca. Certo le
indecisioni si sprecano e si scovano nelle
sin troppo esagerate lungaggini di alcuni
brani. Probabilmente il mio giudizio benevolo
dipende dal fatto che non ho mai considerato
il Dirigibile come puro complesso hard blues,
ma come prosecutore della leggenda beatlesiana,
quindi giustamente aperto e ricettivo di fronte
alle molteplici entità sonore e culturali
del mondo. In più il disco evidenzia
ancora di più quella componente sinfonica
innata, diversa dalle inflessioni dei gruppi
progressive, abbracciata dai Zeppelin senza
snaturare il loro credo folk blues. Proprio
per questo, ogni loro esperienza sonora mi
appare godibile, imperiosa e mai stucchevole.