Nell’ambito del festival organizzato in
tutta Francia da Les Inrockuptibles, il periodico
più importante in ambito musicale transalpino
e peraltro molto aperto e attento a tutto ciò
che è arte, abbiamo scelto la giornata
parigina a La Cigale, piccola e preziosa bomboniera
dove i dEUS
tornavano sulle scene dopo ben cinque anni.
La scorpacciata di note comincia all’ora
di merenda, poco più delle 17.30, quando
il giovane Florent Marchet propone alcune
tracce estratte dal suo primo album, “Gargilesse”.
Laureato al FAIR (Fondo d’Aiuto all’Iniziativa
Rock…) e accompagnato da ottime critiche
nei vari “Le Monde”, “Libération”
e lo stesso “Les Inrockuptibles”,
il buon Marchet purtroppo non entusiasma, a causa
di un repertorio che pare alquanto sopravvalutato.
Lo stile evidenzia un forte debito verso Radiohead
e soprattutto Coldplay:
purtroppo mancano le impennate, tutto è
estremamente piatto e noioso, un déjà
vu et entendu che porta direttamente al bar per
una birra.
Un pubblico molto gentile saluta l’enfant
du pays, veloce cambio di strumenti, apparizione
di Joanna Newsom, giovanissima arpista,
compositrice e cantante dalla personalità
ben più intrigante del predecessore. Le
credenziali in questo caso non sono legate a recensioni
ma a collaborazioni: Devendra Banhart, Bonnie
Prince Billy e Cat Power. Già dalla prima
canzone si evidenzia un timbro vocale molto originale
e infantile, a metà tra Bjork, Cindy Lauper
e Kate Bush: lo stile si inserisce nella nobile
tradizione free americana, particolarmente in
quella West Coast che continua a proporre personaggi
non convenzionali, frutti antropologicamente assai
interessanti di quella rivoluzione hippy dimenticata
un po’ troppo in fretta. La Newsom fa pop
con grande intelligenza e coraggio, l’uso
non convenzionale dell’arpa la potrebbe
lanciare per una o più stagioni tra le
stars ed essere contemporaneamente un limite.
Per il momento godiamoci la carica e le proposte
molto suggestive di Joanna, segnalando un suo
recente EP, “Walnut whales”.
Si cambia decisamente registro con i 22/20’s,
giovanissima band inglese che dopo il suo primo
album è stata accostata nientemeno che
ai Rolling
Stones degli esordi, quelli che “nothing
but blues…”. Seguiti e prodotti da
una vecchia faina quale Brendan Lynch (Primal
Scream, Paul
Weller), i quattro dimostrano un’ottima
potenza, anche se la scarna elettricità
degli Stones prima maniera è un po’
lontana: la perseveranza di certi critici di associare
nuovi gruppi direttamente al gotha del rock è
degna di miglior causa… I 22/20’s
paiono più legati a un blues tardo 60’s,
dove l’hard rock aveva infilato già
le mani, con peraltro eccellenti risultati. Centrati,
potenti, scenici, pezzi di buona levatura serviti
senza risparmio di sudore (esemplare il bassista
capelluto in trance con e attraverso il suo strumento):
questo è il menu, accontentiamoci e non
assilliamoli.
A seguire, Graham Coxon. C’è
attesa per l’esibizione dell’ex chitarrista
dei Blur, personaggio
inquieto, nevrotico quanto affascinante. In pochi
anni la sua produzione solista è diventata
quantitativamente rilevante, benché il
livello degli album faticasse a passare una risicata
sufficienza: la passione di Graham per la lo-fi
portava a lavori eccessivamente sottoprodotti,
certe volte irritanti nel loro manierismo sfatto.
Aria diversa nel nuovo “Happiness
in magazines”. Innanzitutto troviamo
Stephen Street alla produzione, vecchio mentore
degli Smiths e degli stessi Blur: come d’incanto
il suono torna a gravitare intorno a un concetto
più elettrico, ritmato, essenzialmente
bluriano periodo ’92-’94. Ci si era
quasi scordati che Coxon ha avuto le mani in pasta
in alcuni dei più grandi capolavori della
musica inglese degli ultimi 15 anni. L’esibizione
è serrata, punk in alcuni momenti: dopo
il primo pezzo Graham ripone addirittura gli immancabili
occhiali da Clark Kent su un amplificatore, sembra
Linus senza coperta. Salti alla Townsend, assoli
schiena a terra alla Hendrix, Coxon pilota la
sua stralunata band di finti giovani come una
vera rockstar: le canzoni sono godibili e il pubblico
applaude con vigore. E’ pronto per rientrare
alla Base Blur? Farà un gruppo con John
Lydon? Si darà ai sintetizzatori? Speriamo
nella prima opzione, visto che c’è
qualcosa che non torna mai completamente nell’avventura
solista di Graham Coxon.
Le orecchie ormai friggono, seviziate dai watt,
ma il cuore è in tumulto aspettando il
ritorno dei dEUS, il gruppo di Anversa
che si ripresenta dopo cinque anni di silenzio,
rotto solo da marginali progetti solisti e beghe
interne, protrattasi fino a un mese fa, quando
Danny Mommens e Graig Ward lasciano il gruppo
nel bel mezzo delle registrazioni del nuovo album,
sostituiti da Alan Gevaert e Mauro Pawloski. Una
grande ovazione saluta Tom Barman & co.: ci
vogliono le note di “Instant street”
perché La Cigale cominci finalmente a cantare
e a stravolgersi per un’ora ad altissima
intensità emotiva. Barman è nervoso
e concentrato, sa che la gente aspetta questo
momento da troppo tempo. Alcune canzoni che dovrebbero
trovare posto nel nuovo lavoro si alternano alle
vecchie perle: la densità di scrittura
sembra intatta, quella certa attitudine a mescolare
lo sghembo e il classico rimane, sale la voglia
di un nuovo dEUS… “Fell off the floor
man”, “Suds and soda”, “For
the roses”, “Worst
case scenario”: capolavori resi al massimo
dell’emotività, mescolanze eccelse
di voci, tensione continua, altissima, perentoria,
crescendo di forza sovrumana. Il severo orario
del festival prevede solo 60 minuti di show, ma
forse è giusto così. E’ molto
raro vivere un tale impatto emotivo collettivo,
raro quanto sfibrante: il quintetto fiammingo
ha condensato cinque anni di frustrazioni, illusioni
e ripensamenti in un’abbagliante e geniale
energia musicale. Rendiamo grazie ai dEUS.
collegamenti su MusiKàl!
dEUS - le
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Radiohead - la Kalporzgrafia
Coldplay - la Kalporzgrafia
Blur - la Kalporzgrafia
Graham Coxon - Happiness
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