Un cast eccezionale, quello della prima giornata
dell'ultimo festival estivo che conti; per arrivare
a goderselo, però, bisogna fare uno slalom
tra imbonitori dall'accento bolognese perforante,
stand che regalano pacchetti di polenta, banchetti
traboccanti di magliette dei Sonic Youth e infine
una ridda di venditori di zucchero filato e giostre,
compreso il leggendario Brucomela: lo scruto per
un po', poi mi vergogno e mi dirigo alla cassa
accrediti.
Da lì ricavo una pessima impressione sui
Mondo Generator di Nick Olivieri; mi resta
il tempo di vederlo sul palco per le ultime due
canzoni del set, ma l'impressione è talmente
negativa da farmi sperare che Josh Homme abbia
la bontà di riprenderselo indietro nei
QOTSA e lo convinca a mollare questo suo progetto
inutile e sguaiato come da copione.
Ben altra emozione, invece, regala Mark Lanegan,
nonostante suoni quando il sole è ancora
alto; le sue canzoni sono notturne, spettrali,
dense di inquietudini senza nome, strade deserte
spazzate da vortici improvvisi, pericolose e sensuali.
Alla sua voce, scurissima ma non coperta dagli
strumenti come si poteva temere, si aggiunge spesso
quella della vocalist che lo accompagna anche
nel recente e splendido "Bubblegum";
le chitarre sono sempre sul punto di esplodere,
e talvolta lo fanno, memori dei vecchi Screaming
Trees. Un set impeccabile, soprattutto in una
"I'll take care of you" da strizzare
il cuore, e nella conclusiva "Metamphetamine
blues", con quella "rolling, just to
keep on rolling" ripetuta come una minaccia
incombente. Se Johnny Cash fosse nato cinquant'anni
dopo, suonerebbe esattamente come Mark Lanegan.
Ci rassegniamo all'assenza dei dEUS (rimpianti
da moltissimi) e dei Keane (di cui, per
contro, in pochi sembrano sentire la mancanza),
per andare ad ascoltare il gruppo più pompato
degli ultimi mesi, i Libertines. Pete Doherty
ha lasciato la band? Favoloso, ma con o senza
cantante la band avrebbe dovuto dimostrare di
essere qualcosa in più del solito gruppo
spinto dalla stampa sull'onda del decrepito clichè
sesso - droga - rock 'n' roll: gli stereotipi
mi hanno stancato, e sul palco il loro rock a
metà tra Clash e Smiths si dissolve per
rivelarsi in quello che realmente è: un
punkettino sciapo di quart'ordine. Dopo averli
sentiti schiacciare la pur accattivante "Can't
stand me now", abbandono l'arena, ne ho avuto
abbastanza.
Torno giusto in tempo per vedermi i Franz
Ferdinand. Ora, so che dovrei interpretare
la parte del giornalista scettico, ma i quattro
scozzesi sono stati travolgenti e divertentissimi.
Vedere tutta l'arena ballare al ritmo di "Take
me out" e "The dark of the matinée"
è uno spettacolo nello spettacolo, e la
band non si risparmia; rispetto alla loro data
italiana di qualche mese fa, è diventata
una vera e propria macchina da guerra: il drumming
possente, un basso squadrato e marziale, le chitarre
tese al punto giusto, tengono il palco da entertainer
consumati, e pazienza se le canzoni a lungo andare
sembrano tutte molto simili: sono stati grandi,
e quando, verso la fine, sentiamo il ritornello
"Ich heisse super phantastisch" viene
quasi da credergli.
Inutile negarlo, è questo il momento che
stiamo aspettando. Basta contare le loro magliette
tra il pubblico. Tocca ai Sonic
Youth chiudere la serata, e molti, compreso
chi scrive, li vedono dal vivo per la prima volta.
L'impatto emotivo è formidabile: sul palco
c'è un pezzo enorme di storia. Kim Gordon
è magnifica, in gran forma; Jim O'Rourke
ricama invisibile nell'ombra; Thurston Moore è
davvero identico, perfino nel taglio di capelli
e nella gestualità con la chitarra, alla
sua copia italiana. Inizia lo show, ed è
come deve essere: impetuoso, travolgente ribollire
di rumore e di fughe melodiche impossibili.
Siamo tutti in adorazione, e lo saremo fino alla
fine, quando Kim ci farà innamorare di
lei con una sconvolgente e inattesa "Drunken
butterfly", ma a mente fredda spuntano alcune
considerazioni: a) i pezzi più recenti
sono molto più insipidi, e il pubblico
se ne accorge e b) il gruppo non sembra in grande
serata, arrivando a combinare un mezzo casino
durante una "Teenage riot" accolta,
come si conviene, da un enorme boato. Insomma,
resta l'emozione di averli finalmente visti su
un palco, ma la sensazione è quella di
averli persi all'apice e di doversi accontentare
di un gruppo che vive sugli enormi fasti del passato.
Esco dall'arena stremato, ci sarebbero i Radio
4 alla tenda Estragon, ma mi accascio e non
mi muovo più. Lascio la domenica a chi
si vuole gustare quei pagliacci dei Darkness,
mi sfiora un rimpianto per gli MC5 e Melissa Auf
Der Maur, do un'ultima occhiata vogliosa al Brucomela
che ancora sfreccia sui binari, e di nuovo desisto.
Per me, quest'anno la stagione dei festival si
è conclusa. Nel migliore dei modi.
collegamenti su MusiKàl!
QOTSA - Songs
For The Deaf
Mark Lanegan - Bubblegum
Mark Lanegan - Field
Songs
dEUS - le
recensioni
Clash - London Calling
Smiths - The Smiths
Sonic Youth - la Kalporzgrafia
Jim O'Rourke - I'm
Happy, And I'm Singing, And A 1,2,3,4
Jim O'Rourke - Insignificance