Prendete il furore e la crudeltà (o sarebbe
meglio chiamarla crudezza?) dell’hardcore
e rendeteli geometrici e anti-emotivi, quindi
prendete una certa tipologia di prog – quella
meno barocca ed estetizzante – e sporcatela
rendendola illogica in maniera quasi impalpabile.
Quello che vi resterà sottomano potrebbe
avvicinarsi a un’ipotetica descrizione dei
Taras Bul’ba, all’esordio sulla lunga
distanza su Wallace dopo aver galleggiato per
un decennio nel mondo delle compilation e dell’autoproduzione.
Musica incessante eppure continuamente stoppata,
costretta a tagli perpetui e a ripartenze, con
la voce narrante sovrastata dagli strumenti (la
più classica delle line-up, con chitarra,
basso e batteria, non fosse per il contrabbasso
di Nigé che si fa strada nell’iniziale
“Morder” e in “Solyaristika”).
Se il grande pregio della band è quello
di riuscire a resistere alle tentazioni di cedere
alla messa in scena del genere più standardizzato,
rimanendo miracolosamente in bilico tra la granitica
forza dei riffs e l’ondivago muoversi di
cesure e cut-up, il suo difetto è quello
di eludere la trappola della normalizzazione e
della prassi creandone ex-novo di altre: tra gli
otto brani presenti in “Incisione”
non ce n’è uno che si distacchi dallo
schema proposto in precedenza. Il rispetto della
norma raggiunge un tale livello che, dopo svariati
ascolti, risulta impossibile distinguere una traccia
dall’altra: e non che si scambi quest’affermazione
per un’iperbole, il problema è tangibile
e reale.
Non riuscirei a innalzare un brano al di sopra
degli altri semplicemente perché non saprei
riconoscerlo. E questo è un difetto difficile
da perdonare in quanto denota una mancanza di
fantasia catastrofica. Del celebre personaggio
di Gogol che ha ispirato il nome del combo resta
qui registrata la forza (grazie anche allo straordinario
lavoro sul suono del mai troppo encomiato Fabio
Magistrali) ma non l’intelligenza.
Sarà per la prossima volta…