EDITORS - In This Light and On This Evening (Pias, 2009)
di Paolo Bardelli
C’eravamo illusi. Nei concerti di quest’estate la svolta electropop eighties degli Editors, sommata alla qualità dei quattro brani presentati, pareva potesse marcare l’anno in corso. Invece, alla prova del nove, la band di Tom Smith non fa tornare i conti.
Facendosi prendere la mano come spesso succede in questi casi come quando si hanno a disposizione nuovi “giocattoli”, gli Editors perdono il contatto e costruiscono un mantello sonoro gonfiandolo a dismisura con suoni pieni e grassi stile Ultravox senza padroneggiarli ancora. Quello che dal vivo era ancora controbilanciato dalla situazione necessariamente più scarna, su disco finisce a fagocitarli.
L’iniziale song che dà il titolo all’album rimane troppo ferma, vorrebbe creare un’intro, una porta dove entrare ma costruisce solo un muro nei confronti dell’ascoltatore che è tentato a girarci alla larga, soprattutto quando il basso distorto e un effetto telex parte e non si sa perché. “Bricks And Mortar” ha il pregio di incalzare l’ascoltatore ma il riff del synth tronfio si ripete troppe volte e finisce per stancare, mentre il singolo “Papillion” ripete lo stesso errore (in un epoca minimal come l’attuale non si può certo usare questi suoni!) anche se è certamente un bel pezzo. Probabilmente con le chitarre avrebbe fatto un figurone.
Si continua l’excursus ed è come riavvolgere il nastro e trovare i medesimi peccati d’inesperienza: “You Don’t Know Love”, che poteva beneficiare di un’atmosfera più raccolta, si livella sui Depeche con meno idee, “The Big Exit” vorrebbe ballare con il fantasma degli ultimi Joy Division e ci riesce solo in parte, “The Boxer” mischia suonetti giappi alla “The Top” dei Cure che non si amalgamano con il resto. Ogni canzone sembra ad un passo da una svolta oppure diretta verso una meta sbagliata, gli Editors avrebbero fatto meglio ad assecondare la loro voglia di cambiamento e poi rifermarsi, il che li avrebbe aiutati a dire qualcosa di più significativo evitando la situazione in cui si ha fretta di parlare e si riflette poco.
La canzone successiva ne è un esempio lampante: se “Like Treasure” avesse amplificato l’effetto sogno che è solo abbozzato avrebbe certamente reso meglio. Poi si arriva anche a quello che è il gioiellino maltrattato dell’album: “Eat Raw Meat = Blood Drool” sarebbe stata stellare – ed è comunque quasi-stellare – ma anche qui a metà, quando in concerto il pezzo si sviluppava e coinvolgeva, si ferma. Inaccettabile avere per le mani una canzone così bella e rovinarla in un tal modo!
Peccato. Gli Editors salutano con gli accenni gospel di “Walk The Fleet Road” (che un po’ ricorda lo stile di chiusura di “The Joshua Tree”, quello di “Mothers Of The Disappeared”) e si pensa che questa sia veramente un’occasione persa da parte di quella che dal vivo si è dimostrata una band capace di reggere i palchi enormi come ormai pochi sanno fare.
Probabilmente quando la fregola dell’elettronica scemerà loro un po’, e i nostri troveranno un maggiore equilibrio, potranno buttare giù l’atteso carico di briscola senza peccare nella voglia di strafare (come hanno fatto in questo album) o nel citazionismo (nei primi due dischi). Da buoni idealisti attendiamo fiduciosi nonostante questa fregatura.
collegamenti su MusiKàl!
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17 novembre 2009
