Dividendosi fra le cime rosa dei Pink Mountaintops e quelle nere dei Black
Mountain, Stephen McBean si è costruito la sua piccola comune freak
nella quale sfogare il proprio ego di uomo fuori dal tempo. Se con i primi
la voglia di diventare i Velvet Underground del 2000 veniva un attimo offuscata
da un interessante suono più lo-fi e “sperimentale”, con
i Black Mountain, e in particolare con questo nuovo capitolo, le cose si fanno
ben più semplici e dirette.
Per questo “Stormy High”, piazzata furbescamente in apertura,
sembra un classico già al primo ascolto: un riff che sa di Black Sabbath,
un incedere tipicamente hard rock e un tappeto di tastiere e vocalizzi che
danno al tutto un tono paurosamente epico. E questo è solo l’inizio.
Eppure un disco come questo, passatista fino alla nausea (ma non è detto
che questo non piaccia), va al di là del semplice rock’n’roll
anni settanta. Se infatti nel riff Sabba-Zeppelin si esauriscono pezzi come “Stormy
High” o “Evil Ways”, il resto si gioca carte ben più avvincenti.
Il
primo indizio viene dall’auto-definizione scritta sull’adesivo
attaccato al cd che tengo fra le mani: “psych-and-prog-spiritual pioneers”.
Ecco. Già da questo inquietante accostamento, che di primo acchito suona
anche un po’ ridicolo, possiamo ricavare un sacco di cose. Perchè “In
The Future” non è altro che un calderone bollente nel quale sono
stati gettati ingredienti vari dell’epoca che fu (forse per questo a
qualcuno verrà in mente il nome Mars Volta, ma purtroppo qui non si
toccano proprio certi picchi di ambizione). “Wucan”, fra i pezzi
migliori, viaggia così lungo il sottile confine che divide prog e kraut,
mentre “Stay Free” è una fricchettonata folk che potremmo
sentire nel prossimo film di Cameron Crowe. Allo stesso modo si passa dal pop
di “Angels”, con un crescendo stupendo di mellotron, a “Tyrants”,
divisa fra epiche velleità progressive a pura tamarraggine.
Saltando un paio di momenti fra l’inutile (“Wild Wind”,
ballatina un po’ glam un po’ chissenefrega) e l’irritante
(la pomposa “Queens Will Play”), non poteva mancare l’ovvio
pezzo da sedici minuti e quaranta: “Bright Lights” è infatti
la summa stilistica che da contratto deve presenziare in un disco come questo.
E dopotutto ci è andata bene: la partenza sa di Pink
Floyd del penultimo
Waters (in zona “Animals”, per intenderci) che sfocia nel riff
più semplice ma efficace di tutto il disco; una vera botta che nel giro
di qualche minuto si esaurisce in un’atmosfera spazial-religiosa (?!?)
che altro non è che la quiete prima dell’inevitabile esplosione
finale. In un certo senso tutta l’essenza dei Black Mountain è racchiusa
in questo pezzo: un po’ barocca ma eccitante.
La voce di Amber Webber, sorta di moderna Grace Slick, è lo spiritual
che se usato con criterio (epica in “Bright Lights”, magica nella
chiusura di Night Walks” ma davvero tediosa in “Queens Will Play”)
può essere il vero elemento capace di fare la differenza in dischi come
questo.
È pur vero che le chitarre di McBean sanno di tempi che non sono più;
ma messa sul piatto una grandeur come quella di “In The Future” si
realizza che questi pezzi hanno davvero tutta la dignità per farsi
godere.
collegamenti su MusiKàl!
Black Mountain - Black Mountain
The Pink Mountaintops - The Pink Mountaintops
Velvet Underground - White Light/White Heat
Velvet Underground - Velvet
Underground & Nico
Led Zeppelin - le recensioni
The Mars Volta - Amputechture
The Mars Volta - Scabdates
The Mars Volta - Frances The Mute
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Roger Waters - le recensioni
Jefferson Airplane - Surrealistic Pillow