Negli
anni '80 del ventesimo secolo i giovani erano
più giovani. Dal decennio successivo avrebbero
cominciato a togliere dalla naftalina i pantaloni
a zampa di elefante e le camicie attillate dei
genitori, sarebbero tornati su strade già battute
piuttosto che azzardarne di nuove, anche se futili
o improbabili.
Questa è una possibile
ragione del perché si finisca sempre a
parare da quelle parti, soprattutto se, come
nel caso dei canadesi Stars, è proprio
l'essere giovani ciò che si vuole mettere
in scena. Una gioventù idealizzata nei
suoi slanci passionali e nei suoi down, che è più uno
stato mentale dei nostri anni che una condizione
anagrafica: infatti Torquil Campbell, leader
della band, non è un teenager; è attivo
come musicista (e attore) da anni, ha fatto quattro
dischi con gli Stars e ha trovato posto sulla
panchina lunga dei Broken Social Scene assieme
a metà degli indie rocker canadesi. Le
sue influenze sono anche altre, ma i punti di
riferimento sono il pop britannico di metà anni
'80 (dagli Smiths ai Prefab Sprout), il synth
pop, la new wave. Buffo come un decennio vituperato
per la sua futilità sia ora saccheggiato
per parlare di emozioni senza compromessi, di
ideali più forti delle contingenze quotidiane.
“In
Our Bedroom After War” si nutre di parole
altisonanti e immagini a tinte forti, a cominciare
dal titolo: è un immaginario fatto di
barricate, di fughe notturne, di commemorazioni
di amici assenti, di amori senza compromessi
e di sete d'amore che non si placa... il tutto
immerso in un liquido amniotico di melodie dolci
e indovinate, quasi mai eccessivamente zuccherose,
leggere anche quando l'aspirazione all'inno intergenerazionale è scoperta.
Leggera è la voce della chitarrista Amy
Millan, anche lei con la doppia tessera Stars/BSS,
che divide i compiti vocali con Campbell: il
suo tono sottile e velluato mi ricorda certe
grazie evanescenti dell'indie pop come Harriett
Wheeler dei Sundays o la Nina Persson dei primi
Cardigans. È lei che fa funzionare brani
lievi come “My Favorite Book”, oppure
sexy ed energici come “Bitches in Tokio”,
caramelline pop che si sciolgono nelle orecchie.
Quando invece la ribalta è per Campbell,
i toni si fanno più drammatici, quasi
magniloquenti, alla costante ricerca dello anthem da stadio: “Take Me To The Riot”,
con il suo finale da U2 fase “Unforgettable
Fire” è quanto di più vicino
Torquil riesca ad avvicinarsi al Graal dell'inno
pop romantico. Altrove la mano gli scappa, come
nella stucchevole ballad pianistica “Barricade”,
o nella title track conclusiva, infarcita di
quella enfasi orchestrale che solo i connazionali
Arcade Fire riescono a gestire senza sembrare
elefanti in tutù. Meglio il falsetto funky
di “The Ghost of Genova Heights”,
o la suggestiva “The Night Starts Here”,
forse il miglior duetto fra Millan e Campbell
dell'album.
Gli Stars sono un esempio da manuale
di gruppo abbastanza indie per le college radio
ma sufficientemente accessibile per film e serie
per/sui giovani: ecco perché contendono
ai Death Cab For Cutie il primato di band ideale
per la soundtrack di “The O.C.”.
Questo “In Our Bedroom...” è la
colonna sonora di una ideale prima limonata durante
una altrettanto ideale prima occupazione del
liceo, come uno se la può sognare e come
non è mai stata in realtà. La trappola è così evidente,
eppure finisce che ci si casca sempre. Come l'ennesimo
passaggio di “Breakfast Club” in
tv.
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