Lo ammetto, lo ammetto: il ritardo con cui sono
arrivato su questo "In circolo", terzo
album dei torinesi Perturbazione, ha del criminale,
soprattutto in considerazione del fatto che, va
detto onestamente, si tratta davvero di un gran
bel disco.
Non si trova tanto spesso una band indie tanto
coraggiosa e sincera da tentare una via personale
al pop (termine che in tanti menti di gggiovane
alternativo suona quasi come una bestemmia), con
una grazia e un senso della misura davvero incantevoli,
e non riesco a capacitarmi di come il sestetto
rimanga colpevolmente sconosciuto ai più.
Echi dei migliori gruppi pop di ogni tempo (nomi
sacri come XTC
e Beatles)
combinati con le asperità tipiche dell'indie
rock si trovano in tutte queste quattordici tracce
del disco, tra (pochi) bassi che appesantiscono
un po' il tutto e (moltissimi) alti: brani divertenti
e contagiosi come "Mi piacerebbe", "Il
senso della vite", la dichiarazione d'amore
sui generis frantumata in mille schegge punkeggianti
di "Fiat lux", ma anche e soprattutto
momenti di malinconia avvolgente e sincere confessioni
di sapore generazionale (anche se per fortuna
siamo molto lontani dagli stereotipi abusati sul
trentenne che non vuole crescere). Stupendo sentire
come la band riesca a disegnare melodie incantate,
a coinvolgere e commuovere con pochi tratti di
chitarra e un bellissimo violoncello, lasciando
costantemente sullo sfondo la sezione ritmica.
Così, con semplicità ed eleganza,
i Perturbazione (guidati in fase di produzione
dalle mani sagge di Fabio Magistrali degli A Short
Apnea) ci regalano alcune canzoni davvero indimenticabili,
a partire dall'iniziale "La rosa dei 20",
passando per la robusta virata indie di "Rocket
coffee" (una discesa a rotta di collo lungo
un pendio, violoncello e chitarre che si studiano
per tutto il pezzo, finendo per azzannarsi), fino
agli sguardi venati di tristezza di "Iceberg"
e al folgorante attacco di "Senza una scusa",
ai fremiti inquieti dell'unica traccia in inglese
del lotto, "This ain't my bed anymore",
vagamente Afterhours,
fino ai singulti di chitarre, violoncello e glockenspiel
che si allungano nel finale di "Per te che
non ho conosciuto". Su tutte, due perle assolute,
dolci e consolatorie come l'abbraccio di un amico
ritrovato: "Agosto" (semplicemente incantevole,
non so parlarne in altro modo) e la conclusiva
"I complicati pretesti del come", resa
ancora più preziosa dall'intervento della
tromba di Cyril Phoa.
Disco davvero bello, elegante, fiero anche delle
sue imperfezioni: "In circolo" è
senz'altro uno dei dischi più belli del
2002. Non è tardi per (ri)scoprirlo, né
è tardi per innamorarsene, come è
successo a me. In maniera lenta, ma inesorabile.
collegamenti su MusiKàl!
Afterhours - la
Kalporzgrafia
Beatles - la
Kalporzgrafia
XTC - le recensioni