Gli Ikara Colt sono quattro ragazzi inglesi che
hanno sfornato nel 2002 il loro album d'esordio,
"Chat & Business". Inseriti dalla
critica di mezzo mondo nella scena del "rock
revival" di cui fanno parte Strokes, White
Stripes, Black Rebel Motorcycle Club, Libertines
e compagnia bella, gli Ikara Colt sono in realtà
un'entità leggermente disturbante.
Paul Resende (voce), Claire Ingram (chitarra,
voce), Jon Ball (basso) e Dominic Young (batteria)
si rifanno alla scena londinese della fine degli
anni '70, immergendo la loro identità sonora
nel punk da bettola. Si presentano sul palco alle
undici e dieci, con buoni quaranta minuti di ritardo
sulla tabella di marcia; il locale è praticamente
vuoto, ad ascoltarli siamo una cinquantina, e
il colpo d'occhio non è certo dei migliori.
L'attacco è abbastanza blando, anche i
quattro sembrano un po' spiazzati, ma la "folla"
nonostante l'esiguo numero risponde bene e tra
una risata e l'altra, un ringraziamento e una
sigaretta Resende e soci iniziano a prenderci
gusto.
L'acustica è buona, il suono forse addirittura
troppo pulito per un gruppo punk, ma il basso
catatonico di Ball e la batteria schizofrenica
di Young eseguono il compito con apprezzabile
diligenza. Certo, il pregio della band non è
l'inventiva, i brani finiscono per avere spesso
uno schema comune e ben delineato, ma i ragazzi
sono simpatici, sembrano divertirsi e aver voglia
di suonare.
Tra le canzoni spicca decisamente "City
of Glass", con il suo ritmo spezzato, il
sincopato rincorrersi tra batteria e chitarra,
la sua frenetica atmosfera elettrica. Il miglior
brano dell'album ha anche la miglior resa dal
vivo. Ogni tanto Resende, consapevole del ruolo
di punk-leader che detiene, si getta a terra in
preda a contorcimenti assai poco convinti. Ball,
dall'aria non propriamente sobria, distribuisce
lattine di birra al pubblico (gesto molto apprezzabile,
visto anche che il sottoscritto ne accaparra una)
e Ingram, inorgoglita dai complimenti del pubblico
- capisse bene il romanaccio
-, si getta
con aria timida in soliloqui al microfono per
lo più incomprensibili.
Poi, all'improvviso, dopo aver suonato meno di
una decina di pezzi, l'arrivederci al pubblico.
Niente bis, i quattro escono di scena e se ne
vanno. Staccano tutto e parte la musica di sottofondo:
quaranta minuti scarsi di concerto. Il motivo?
Inspiegabile. I brani dell'album non erano stati
eseguiti tutti. Mancanza di voglia? Depressione
di fronte ad una risposta così misera del
pubblico romano? Probabilmente un mix di entrambe
le possibilità: che non scusano in ogni
caso un comportamento discutibile e una mancanza
di rispetto di fondo.
Quella della durata ridotta dei concerti sta
diventando quasi una moda fra le band inglesi
emergenti. Speriamo che sia una moda passeggera.
collegamenti su MusiKàl!
Ikara Colt - Modern
Apprentice
Ikara Colt - Chat
And Business
Strokes - Is This It
White Stripes - White
Blood Cells
Black Rebel Motorcycle Club - BRMC