C’erano una volta i Nation of Ulysses,
il cui “Plays Pretty for Baby” rimane
a distanza di dodici anni uno dei capisaldi del
catalogo Dischord. Il leader della band era Ian
Svenonius. Vennero poi i Make Up, capitanati da
Svenonius e Michelle Mae i quali, insieme all’ex
Royal Trux Neil Hagerty, pensarono bene nel 2001
di fondare i Weird War. Ora, a due anni di distanza
dall’esordio omonimo, i Weird War tornano
sulle scene, con Alex Minoff (già membro
dei Golden insieme alla Mae) in luogo di Hagerty.
Se proprio volessi essere pedante potrei ricordare
che il terzetto aveva già dato alle stampe
un album non del tutto soddisfacente a nome Scene
Creamers, ma tant’è… il nuovo
lavoro dei Weird War mostra di non aver nulla
da invidiare, in fatto di ironia e sincerità,
al passato a cui eravamo stati abituati, aprendosi
sul parlato di Svenonius che declama, mentre in
sottofondo prendono corpo eresie sonore e gemiti,
un “Intro (Music for Masturbation)”.
Il bello è che di fronte a molte produzioni
che sembrano fare dell’autoreferenzialità
e dunque dell’autoerotismo intellettuale
una base poetica, i Weird War risultano essere
un corpo decisamente estraneo.
“Grand Fraud” è una solida
aggressione rock dalla base vagamente blueseggiante
che deflagra in un ritornello à la Iggy
Pop. Quando tutto sembra essere stato dichiarato
– rock sudaticcio, corporeo, quasi animalesco
nei suoi tratti più deliranti e tribali
-, arriva la netta smentita ad opera di “Tess”,
energico impasto di materiali elettronici, acustica,
e riverberi cosmici, tutti elementi riportati
ad un’urgenza stressata e stressante. Indubbia
l’importanza dell’apporto di Minoff
a questo cambio di sonorità: polistrumentista
di razza, capace di passare dalla chitarra al
sitar alle percussioni fino ad arrivare all’harpsicord,
si inserisce nella struttura sonora collaudata
da tempo dal duo Svenonius/Mae portando con sé
i germi di un mondo musicale scontroso, inadatto
alla forma classica, terrorista nel senso più
eroico del termine.
C’è da dire che non tutto risulta
essere scintillante, anzi c’è da
fare i conti con il rischio della prevedibilità
in più occasioni, soprattutto nel funk
per wah wah “Moment in Time”, nel
singolo “AK-47” e nella corposità
spezzata di “Chemical Rank”. Eppure
si ha l’impressione netta di trovarsi di
fronte a una band dal futuro potenzialmente luminoso,
e per la statura acquistata nel corso degli anni
da parte dei singoli membri e per la deliziosa
irregolarità di brani come la title-track,
aperta da cani abbaianti, percorsa da una batteria
marziale, rumori di sottofondo, un basso decisamente
funk, un impasto vocale stordente e una chitarra
acidissima.
L’album se ne va con “Lickin’
Stick”, rilettura del blues in chiave kraut-rock
con accenni stonesiani e con la dimessa ballata
dal sapore sudista “One By One”, come
al solito sommersa da riverberi, nuovo verbo sonoro
della band. Ian Svenonius sembra essere dunque
sulla buona strada; dopotutto la classe non è
acqua, giusto?
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Iggy Pop - Beat
'Em Up