Sta piovendo a New York. Si nota benissimo. Uno
spesso strato di nuvole minaccia la città
e la zona circostante. Un cazzo di temporale estivo,
bella fortuna. Prendo il mio bagaglio ed esco
dall'aeroporto di Newark dove vedo subito una
persona che regge un cartello col mio nome. Mi
presento. Lui è il mio autista. Il mio
uomo-ombra per il weekend. Saliamo sull'auto -
un comodissimo fuoristrada della Dodge - e ci
allontaniamo prima che il traffico della mattina
ci impedisca ogni movimento. Sono le 07.34 e la
skyline di New York si sta avvicinando sempre
di più. La pioggia è fastidiosa
e rende ancora più desolante il panorama del New
Jersey. Ormai ci stiamo addentrando e mi vengono
in mente un paio di canzoni di Bruce Springsteen:
"Factory" e "Streets of Fire". Aveva ragione.
E se queste cose le penso io che abito a diecimila
chilometri da questo posto, figuriamoci chi ci
passa la vita. Hoboken, però, non è
così triste come ci si potrebbe immaginare
all'ascolto di "Night Falls on Hoboken". Sono
passati sei anni da quel disco ma le cose, per
gli Yo La Tengo, non sembrano essere cambiate.
La macchina si ferma in prossimità di
una villetta familiare come mille altre. Il classico
quartiere residenziale alla American Beauty. Il
viale è disseminato da Dodge identiche
alla mia. Mi avvicino alla porta e ad aprirmi
è Georga Hubley. Sorriso gentile, mi stringe
la mano e mi chiede se voglio bere qualcosa. Quest'anno
la Matador ha deciso di fare le cose in grande:
hanno organizzato una sessione d'ascolto di "I
Am Not Afraid Of You And I'll Beat Your Ass" direttamente
a casa Kaplan, nel New Jersey. Vitto e alloggio
tutto pagato per un weekend. La prima volta che
sono felice di fare il giornalista musicale. Ovviamente
non sono solo. C'è il gotha del giornalismo
musicale mondiale. Ci sono Keith Cameron e Sylvie
Simmons di Mojo, c'è Cameron Crowe, inviato
di lusso per Rolling Stone, c'è Mac Randall
e - addirittura - Greil Marcus, che sorseggia
scotch (alle 9 del mattino!) e si aggira per il
salotto con l'aria di chi la sa lunga. Siamo tutti
adagiati su divani e poltrone, io sembro uno capitato
lì per caso e il salotto degli Yo La Tengo
è un normalissimo salotto di provincia.
C'è uno stereo, un po' di dischi e un paio
di foto di Kaplan in posizioni assurde con la
chitarra. Sono gli unici frammenti che mi fanno
pensare al mestiere dei proprietari. Tiene banco
uno della casa discografica. Dice un sacco di
cose di poca importanza, l'unica cosa che mi interessa
è ascoltare questo disco, uno dei più
attesi di quest'anno.
Dopo una buona mezz'oretta (e una bottiglia d'acqua
intera) arriva Ira Kaplan. Veste una camicia bianca
di qualche misura più grande, dei pantaloni
marroni scuri e delle scarpe da ginnastica. E'
raggiante e scambia battute con tutti. Arriva
anche McNew, in felpa da ginnastica e jeans lisi.
Maledice la pioggia pulendosi gli occhiali. Ormai
ci siamo tutti ed è ora di andare a sentire
il disco. Andiamo in garage dove, con mio moderato
stupore, gli Yo La Tengo nascondono diverse apparecchiature
che farebbero l'invidia di uno studio di registrazione
professionale. C'è un mixer a 24 canali.
Due diffusori enormi e un sacco di altra chincaglieria
che ho visto milioni di volte nei documentari
musicali.
Gli Yo La Tengo si siedono sulle loro poltrone
mentre noi stiamo in piedi a farci osservare.
Greil Marcus ha acceso un sigaro mentre Keith
Cameron sta sbadigliando con insistenza per colpa
del jet-lag. Dico a Cameron Crowe che avevo già
sentito delle canzoni nuove in concerto a Barcellona.
Lui mi dice che in effetti sono dieci anni che
non vede gli Yo La Tengo dal vivo e la cosa finisce
lì. Kaplan dice un paio di frasi di rito
e clicca su un pulsante. Parte una linea di basso
aggressiva, una batteria lineare e una chitarra
distorta, sibilante, eredità diretta di "Electr-o-Pura".
E' "Pass the Hatchet", la prima canzone. Un mantra
di nove minuti tutto istinto che tradisce la natura
eclettica di quest'album. Qualcuno, tipo Sylvie
Simmons, già spera nel ritorno all'elettricità,
ma ecco che arriva il poker pop-malinconico di
"Beanbag Chair", "I Feel Like Going Home", "Mr.
Tough" e "Black Flowers" e siamo in territori
rarefatti dove è il pianoforte a farla
da padrone. Tutto l'opposto di "The Race is on
Again", vagamente psichedelica ed erede diretta
di "Little Eyes". Dopo sei canzoni il bilancio
è più che positivo. Un disco asciutto,
scritto e suonato con passione da una band che
ormai non deve dimostrare più niente a
nessuno ma continua a cercare nuove vie d'espressione,
magari tornando anche al passato recente con la
maturità di oggi. E' il caso di "The Room
Got Heavy", che poteva tranquillamente essere
la canzone migliore di "Summer
Sun". Georgia ci spiega i dettagli delle linee
di batteria, come sono nate determinate idee e
come le hanno realizzate. E' strano notare come
siano loro ad imporre il discorso senza rispondere
ad alcuna domanda. McNew presenta "Sometimes I
Don't Get You" come il suo pezzo alla Scott Walker,
ma non c'entra poi tanto, infatti - finito il
pezzo - si lancia in una fragorosa risata condita
con un just kidding. Il nono brano è
una lunga discesa psichedelica nei territori più
introspettivi già assaporati in "And
Nothing Turns Itself Inside-Out", mentre "I
Should I've Known Better" ricatapulta a quella
versione noise dei R.E.M. che la band ha spesso
incarnato con la solita auto-ironia. Auto-ironia
che esplode in "Watch Out For Me Ronnie", che
potrebbe quasi essere un pezzo dei White Stripes
sotto morfina. Lo faccio notare e tutti i colleghi
mi guardano male. McNew pare divertito. "I White
Stripes sono bravi ragazzi" mi dice "Forse è
un omaggio indiretto, ma in effetti è un
tipo di cosa che non abbiamo mai fatto". "The
Weakest Part" torna nei territori pop dell'inizio,
come "Song for Mahila", che tradisce una ritmica
vagamente bossanova su scenari elettrici che rimandano
ad un tramonto in riva al mare. "Certamente non
è l'Hudson River" dice Kaplan, "quello
puzza. Qui invece mi piacerebbe si sentisse più
come un profumo, tipo" e ride. Sono persone allegre.
Diversissime dai loro alter-ego artistici che
riflettono attraverso la musica e le parole, si
fanno domande ed esprimono la loro malinconia
con le lunghe cavalcate strumentali come "The
Story of Yo La Tengo", 12 minuti che concludono
un album che esprime la piena maturità
di una band che ormai è l'unica e vera
bandiera dell'indie-rock.
Segue un applauso di rito. I giornalisti di Mojo
parlano tra loro, io bevo una Coca mentre Cameron
Crowe chiede, distrattamente, informazioni sulla
musica indipendente italiana. Mac Randall sta
parlando con McNew mentre Greil Marcus si becca
gli elogi della Matador tutta per motivi che sfuggono
a tutti noi.
Ci spostiamo poi in massa in una brasserie di
Hoboken per un pranzo con A&R, discografici e
band. Gli Yo La Tengo tengono banco dicendo che
questo disco vuole essere un po' il loro "White
Album". Greil Marcus storce il naso e il capo
della Matador subito si preoccupa. Mai contrariare
un pezzo da '90 per cui la musica è morta
nel 1972. Presto partiranno per un tour e verranno
anche in Italia, per un unica data. Come mai solo
una? chiedo io. Mi dicono che hanno già suonato
due volte quest'anno e che volevano privilegiare
altri posti, anche se amano l'Italia e il loro
cibo, ovviamente. Mi dicono anche che un mio collega
di Roma - che doveva essere qui ma ha annullato
all'ultimo - doveva portarli in una trattoria
del Lazio ma poi non ci sono riusciti. Un buon
motivo per tornare in tempi brevi, osservo io.
Loro ridono e dicono che ho ragione.
Sono ormai le 16 ed il tempo dei saluti è
arrivato. Ognuno sale sul suo Dodge personale
e va verso il suo destino. Cameron Crowe mi chiede
di restare in contatto, Greil Marcus fuma l'ennesimo
sigaro, Mac Randall è al telefono e i giornalisti
di Mojo si chiedono a che punto sia la chiusura
del numero nuovo, con Syd Barrett in copertina.
Un bello scherzo, quello di Syd, fa notare Mac
Randall. Molti annuiscono. Ci sarai a Milano?
Mi chiede la band ed io dico che non posso certo
mancare, a Barcellona han fatto uno dei più
bei concerti della mia vita. Sorridono. Saluto
garbatamente e me ne vado. Entro in Manhattan.
I grattacieli mi tolgono il fiato. Alzo lo sguardo
al cielo e vedo il tappeto di nuvole che si sta
aprendo. Ha smesso di piovere. Il traffico è
imponente e i marciapiedi sono pieni di gente
che cammina in preda alla furia lavorativa che
ho sempre solo potuto immaginare al cinema. Arriviamo
al mio hotel, sbrighiamo le faccende burocratiche,
saluto l'autista - con cui avrò appuntamento domenica
sera per tornare in Italia - e me ne vado in camera.
Il facchino mi chiede cosa faccio e alla mia risposta
risponde con un sorriso compiaciuto e mi dice
che questa sera suonano i White Rose Movement
a due passi dall'albergo.
Magari un'altra volta.
collegamenti su MusiKàl!
News > Il
disco-tormentone degli Yo La Tengo, a novembre
a Milano
Yo La Tengo - Prisoners
of Love...
Yo La Tengo - Summer
Sun
Yo La Tengo - And
Then Nothing Turned Itself Inside-Out
Yo La Tengo - Fakebook
Yo La Tengo + Julie's Haircut - Concerto
a Bologna
Bruce Springsteen - We
Shall Overcome - The Seeger Sessions
Bruce Springsteen - Born
To Run (30th Anniversary Edition)
Bruce Springsteen - Devils
& Dust
Bruce Springsteen - The
Rising
Bruce Springsteen - Nebraska
AA.VV. - Primavera
Sound Festival (Barcellona)
R.E.M. - Around
The Sun
R.E.M. - Reveal
White Stripes - Get
Behind Me Satan
White Stripes - Elephant
White Stripes - White
Blood Cells
Syd Barrett - Barrett
Speciali > L'addio
a Syd Barrett