E sono quattro. E già, con “Hypermagic
Mountain” la premiata coppia Gibson/Chippendale
sforna il quarto capitolo di una saga che rischia
di diventare giorno dopo giorno, mese dopo mese,
anno dopo anno, sempre più strabiliante
e sconvolgente.
Chiariamo subito un concetto: quello che troverete
dentro quest’ultimo lavoro del duo statunitense
è proprio tutto quello che potreste immaginarvi
se avete anche solo una vaga idea di chi si stia
parlando. Il punto è un altro: tutto quello
che ascolterete in queste dodici tracce è
suonato meglio rispetto al passato.
E non è un punto da tenere in poco conto,
a mio modo di vedere...c’è da uscire
devastati da sessanta minuti schiaccianti e pestati
a questa velocità e con tale furia da far
apparire come gentili educande la maggior parte
delle band contemporanee, anche quelle con i passati
(o i presenti) più ingloriosi e ambigui.
Perché questi due ragazzotti dal viso gentile
sono capaci di buttarsi a corpo morto sui propri
strumenti in maniera talmente assoluta da lasciare
senza fiato.
In un’intervista che potrete facilmente
trovare in rete azionando le giuste parole chiave
Thurston Moore ebbe modo di affermare che i Lightning
Bolt erano il corrispettivo del ventunesimo secolo
dal vivo di ciò che furono i Sonic
Youth nella New York yuppificata di inizio
anni ’80. Come ebbi modo di scrivere all’epoca
dell’incontro/svezzamento con la band allo
“Zu Fest”
di un anno e mezzo fa – mezz’ora devastante,
un attacco diretto alle viscere dell’essere
umano – mai definizione sarebbe potuta essere
più azzeccata. L’unico problema rimaneva
la possibilità di racchiudere nei solchi
crudeli della registrazione in studio tutta quella
carica umorale che trasudava letteralmente dall’esperienza
On Stage.
L’impressione è che Chippendale
e Gibson siano riusciti nell’intento proprio
con “Hypermagic Mountain”; un suono
che esce granitico e ossessionante a calpestare
direttamente il proprio ascoltatore. C’è
il forte rischio di essere sbalzati via a un ascolto
leggero e “ignorante”: la musica del
duo non è certo la più accessibile
in circolazione, anche per gli stessi cultori
del genere. I riff tagliati e malvagi e la batteria
impazzita – con il corollario tutt’altro
che inutile di una voce che arriva a tratti a
insinuare ulteriore crudeltà – eppure
angosciosamente metronomica delineano con precisione
un’esperienza di vita sconvolta e sconvolgente,
in cui i dettami della logica e della razionalità
vengono abbandonati per far spazio a un ritorno
in pompa magna dell’animalità, dell’istintività.
Bisogna avere pazienza con i Lightning Bolt, e
non bollarli a un primo ascolto: dietro alla maschera
noise e alle cavalcate tachicardiche è
nascosto, neanche eccessivamente in profondità,
un interesse per la melodia che permette (e questo
è ancora più assurdo, a pensarci
bene) di far tornare il discorso al 100%.
È normale e quasi ovvio sentirsi stuprati
dopo l’impatto in pieno viso di “Megaghost”
o della schizofrenia epilettica e convulsa di
“Bizarro Zarro Land”, così
come potrebbe facilmente venir voglia di augurare
alla band di recarsi laddove non batte il sole
a trovarsi di colpo immersi nei dieci minuti e
poco meno di “Mohawkwindmill”, ma
se si ha il coraggio – sì, perché
anche di questo si tratta – di concedere
a “Hypermagic Mountain” un secondo
e magari un terzo ascolto ci si accorgerà
di non poterne più fare a meno. E magari
ci si soprenderà, stupiti, a sorridere
bonariamente all’ascolto delle bizzarrie
divertite di “Infinity Farm”...
Sicuri di non voler provare?
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Lightning Bolt - Zufest
#3
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