Periodo denso, questi ultimi cinque anni: guerre,
Genova, le Twin Towers…troppo denso, perché
uno come Militant A non tentasse di raccontarci
tutto secondo il suo punto di vista. Gli Assalti
Frontali ritornano al Manifesto (prezzo 8 euro),
a un lustro esatto da “Banditi”, ma
arrivano in grave ritardo, quando tutti hanno
già cantato e messo in musica e riflettuto
a voce alta su tutte queste storie.
Ecco perché l’ascolto di “Hsl”
lascia un po’ l’amaro in bocca, nonostante
sia un bel disco, con le musiche dei Brutopop
assolutamente incredibili nei loro torridi intrecci
funk: abbiamo sentito troppe persone cantare di
Genova, di guerre travestite da missioni di pace,
di 11 settembre; non con la lucidità e
con le aspre cascate di parole di Militant A,
certo, ma alcuni temi suonano troppo abusati per
le nostre orecchie.
Molto meglio, allora, quando si incita nuovamente
a una lotta di classe (l’opener “Denaro
gratis”) o si imbastisce un beffardo inno
alla fretta dei tempi moderni (una “Presto,
presto” ai limiti dell’hardcore),
o ancora si racconta della protesta contro l’inquinamento
elettromagnetico (la perfetta “Le merde
fanno affari”, aperta da una chitarra acustica
e retta da una tastiera insinuante); quello che
non si capisce è come uno come Militant
A abbia potuto scrivere l’antiproibizionista
“Un cannone me lo merito” (salvata
solo dalla straordinaria base ritmica dei Brutopop)
o “No religione”: brani che avremmo
potuto aspettarci rispettivamente dagli Articolo
31 di nuovo in vena di –oh mio Dio –epatér
le bourgeoise e da un Jovanotti finto misticheggiante,
ma non dagli Assalti Frontali.
La critica non è rivolta ai temi trattati
(del resto, chi si avvicina a un disco del genere
sa cosa aspettarsi), ma al modo in cui se ne parla:
c’è davvero bisogno di citare per
la milionesima volta Carlo Giuliani e di parlare
con slogan già sentiti (“Rotta indipendente”),
tanto per fare un esempio? “Hsl” è
un buon album che denuncia però una certa
pigrizia nelle parole, e per questo non convince
fino in fondo: in certi passaggi l’impressione
è di aver ascoltato inni costruiti su misura
per un centro sociale, piuttosto che qualcosa
che vuole davvero andare in profondità.