Ennesima nuova proposta dalla Perfida Albione,
sempre alla spasmodica ricerca della Big Thing
che possa rimpiazzare vecchie glorie come Beatles
e Stones, glorie meno gloriose ma invecchiate
precocemente come gli Oasis, gruppi esaltati al
loro primo album e già in odore di scioglimento
(un nome tra tutti, Coldplay).
Il nucleo degli Electric Soft Parade è
formato dai fratelli White, Tom e Alex, ambedue
teenagers, il primo senza neanche ancora il diritto
di voto
Cresciuti in un ambiente familiare
impregnato di musica, dalla classica ai quattro
Baronetti, i due sviluppano una passione fortissima
anche per contemporanei come Super Furry Animals,
Suede, Geneva, Ash. Già in piena adolescenza
portano con disinvoltura i brufoli su palchi di
provincia, vincendo presto l'ansia da palcoscenico
ed affinando un loro stile precocemente maturo.
In omaggio ai Doors decidono di adottare The Soft
Parade come marchio definitivo per il loro gruppo,
ma un cover group americano (del gruppo di Jim
Morrison, naturalmente) se ne accorge, facendo
addirittura causa ai due pargoli. I cattivoni
ameriKani sono accontentati dall'aggiunta dell'aggettivo
"electric" e potranno continuare a suonare
felici ed orgogliosi "The end" ad un
paio di dozzine di cowboys ubriachi del Wyoming,
mentre gli ESP fanno le cose ben più sul
serio, facendosi notare col primo singolo "Silent
to the dark", una bella rock ballad che si
dilata imprevedibilmente in un finale sospeso
ed ambient vicino a certe delicatezze made in
Harcourt.
Presto arriva il contratto con la piccola label
DB, distribuita comunque dal gigante BMG: "Holes
in the wall" si rivela senza dubbio un interessante
debutto, magari non originalissimo, in ogni caso
ricco di bei spunti melodici ed incisivi momenti
rock.
La triade iniziale è a dir il vero folgorante:
"Start again" è intensa e cosmica
come potevano essere i Radiohead
di "The Bends",
mentre "Empty at the end" è semplicemente
eccezionale, un pop rock felice ed arioso come
potrebbero scriverlo solo i Supergrass.
Il terzo lato del triangolo è "There's
a silence", un felicissimo ibrido tra Blur
era "Great Escape"
e furore primi Ash. E' a questo punto che l'album
ha una prima flessione, con due ballads troppo
manierate ("Something's got to give e "It's
wasting me away"). La citata "Silent
to the dark" risolleva la curva qualitativa,
la quale verrà superata solo dalla bellissima
ed emozionante title track, una canzone incredibilmente
matura sia dal lato compositivo che da quello
dell'arrangiamento: malinconica e misteriosa,
"Holes in the wall" suona come un duetto
tra Thom Yorke e Guy Garvey degli Elbow e fa sperare
in prossime meraviglie del duo White. Per il momento
godiamoci gli alti ed i non troppi bassi della
loro prima creatura, un disco assai piacevole
e che flirta continuamente con la melodia, a volte
ricambiato.
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