La macchina mi guida lenta nella campagna, aggira
il traffico, mi immerge in un verde invaso da
ville gigantesche, che grondano ricchezza da lontano.
Imola arriva di colpo, l’immersione nel
caos è repentina e mi frastorna. Attorno
a me, animali da festival. Banchetti freak. Ambulanti
sfiancati dal caldo. Tatuaggi bellissimi. Fiumi
di birra e di gente, pance, pantaloni oversize,
magliette di gruppi rock, pelle, grottesche spose
dark accaldate.
Un solerte addetto alla sicurezza mi invita ad
entrare dall’ingresso stampa, facendomi
fare il doppio giro dell’autodromo a piedi;
nel backstage incontro il biondino dei The
Calling, a pochi passi da me: l’occasione
di farlo tacere per sempre mi sfugge, troppo tardi.
Mi piazzo davanti al palco ed è proprio
lui a salire, e al suo gruppo (e al suo rockettino
stracciamutande adolescenti) dedico tutta la mia
indifferenza.
Inizio a risvegliarmi davanti agli Starsailor,
che smontano i miei pregiudizi e la mia delusione
davanti a un disco mediocre come “Silence
is easy” regalando un buon concerto: via
il pianoforte, chitarre stratificate ed una voce
incredibilmente emotiva mi fanno passare una buona
mezz’ora, soprattutto quando le canzoni
sono quelle di “Love
is here”.
La mia adorata PJ
Harvey si presenta con una mise da urlo:
vestitino giallo e tacco a spillo fuxia, imbraccia
la chitarra e parte a razzo con la title track
mancata dell’ultimo disco, per poi aggredire
con tutta la sua forza una stratosferica “Meet
ze monsta”. È un inizio straordinario,
la sensazione è che Polly Jean oggi sia
una forza della natura, splendida e sensuale in
“The letter”, frontalmente sfacciata
in “Big exit”, furiosa ad arte in
“Who the fuck?”. Ma non può
reggere a questi ritmi e se ne accorge tardi.
La band non è alla sua altezza, e non rende
giustizia a vecchie glorie come “Dress”,
“Victory” e “Down by the water”.
Il pubblico si distrae, l’intensità
cala (anche la nuova “Shame” non convince
del tutto dal vivo, mentre su disco è magnifica)
e alla fine Polly prende anche un po’ di
stecche su “Cat on the wall” e “The
whores hustler and the hustlers whore”.
A caldo, la sua performance mi è sembrata
splendida; a mente fredda una mezza delusione.
Immagino che la verità stia nel mezzo.
di Raffaele Meale 
E’
abbastanza curioso notare come l’evento
musicale dell’estate festivaliera italiana
sia scivolato via tra le 18.30 e le 19.30, orario
decisamente anonimo. E’ ancora giorno quando
i Pixies
fanno il loro ingresso sul palco sistemato all’interno
dell’autodromo di Imola: una moltitudine
di persone ha già preso posizione all’interno
dell’area ma il sold out è ancora
al di là da venire.
Se nelle prime file si sono assiepati i fans
adoranti della band nelle retrovie si respira
un’aria più disinteressata tra persone
che vedono il ritorno in scena della band di Boston
soprattutto come un ulteriore intralcio ai piatti
forti della serata. L’attacco di Black Francis
– quanto è stato atteso il ritorno
a questo pseudonimo! – e compagnia è
folgorante, con una versione tirata di “U-Mass”,
unico brano in scaletta non proveniente da “Surfer
Rosa” e “Doolittle”
insieme ad una delicata e riposante “In
Heaven (Lady in the Radiator Song)” regalata
dal corpulento leader alla voce di Kim Deal.
I Pixies sono venuti a Imola per suonare e non
si perdono in chiacchiere con il pubblico, inanellando
un pezzo dopo l’altro. La pulizia con la
quale vengono presentati i brani è strabiliante,
le voci di Francis e Deal si mescolano splendidamente,
i riff e i cambi di ritmo vengono rispettati con
estrema perizia: sembra impossibile che questi
quattro pazzoidi si siano appena riuniti dopo
più di dieci anni di assenza dalle scene.
Un problema alle casse rimanda i volumi sfalsati
per tre/quattro brani, ma è un problema
che scompare di fronte alla furia scatenata che
sprigionano le versioni live di “River Euphrates”,
“Crackity Jones” e “Isla de
Incanta”.
Il pubblico inizia a scaldarsi poco alla volta,
neanche i più scettici riescono a resistere
alla frenesia di “Debaser”, alla schizofrenia
di “Vamos” perfettamente a metà
tra ballata folk e reminiscenze soniche (con Joey
Santiago impegnato a frust(r)are la sua chitarra
con una bacchetta), alla magniloquenza di “Monkey
Gone to Heaven”, alla dolcezza ironica di
“Gigantic” dominata dalla voce di
Kim Deal.
Nonostante la fama di egocentrico accentratore
che ha sempre contraddistinto Black Francis ogni
membro della band ha la sua occasione di gloria:
Kim Deal domina la scena con il suo basso corposo
e con i suoi controcanti sempre perfettamente
intonati (particolare non indifferente se si considera
che la sua voce deve spesso e volentieri interagire
con le urla disperate di Francis), Joey Santiago
interloquisce con i suoi riff inconfondibili e
dona profondità ai brani con continui passaggi
da pulito a distorto, David Lovering – con
tanto di maglietta dell’Italia con il suo
nome stampato sopra – è il metronomo
della situazione.
E poi, ovviamente, il resto è un Black
Francis in forma a dir poco smagliante: la voce
non perde un colpo, le sue schitarrate ritmiche
sono sempre puntuali. Quella sua aria naif da
classico bidello statunitense acquista sul palco
una forma statuaria, quasi monolitica, l’interpretazione
di “Hey” e “Caribou” è
da spellarsi le mani. E quando dopo un’ora
di concerto vengono presentate in bella sequenza
“Here Comes Your Man” e una dolente
e biascicata “Where is My Mind?” la
risposta del pubblico è un’ovazione
senza fine. Talmente sentita da sorprendere gli
stessi Pixies che si guardano sorridendo e decidono
di scattarsi foto per immortalare questo momento.
E’ bastata un’ora di musica per far
cambiare idea anche ai più scettici. E’
bastata un’ora di musica per rendere chiaro
a tutti come fossero loro l’evento della
serata. Anche se si sono congedati tra gli ultimi
lampi di sole. O forse soprattutto per questo:
dopotutto “in the Sleepy West of the Woody
East” non sono gli eroi ad allontanarsi
al tramonto?
Brani tratti da “Surfer Rosa & Come on Pilgrim”:
· Bone Machine
· Something Against You
· Broken Face
· Gigantic
· River Euphrates
· Where is My Mind?
· Vamos
· Caribou
· Isla de Encanta
Brani tratti da “Doolittle”:
· Debaser
· Tame
· Wave of Mutilation
· I Bleed
· Here Comes Your Man
· Dead
· Monkey Gone to Heaven
· Crackity Jones
· Hey
· Gouge Away
Brani tratti da “Trompe le Monde”:
· U-Mass
B-Side:
· In Heaven (Lady in the Radiator Song)
Robert
Smith non è propriamente un autore che si può
definire avanguardista. Nel corso degli anni lo
abbiamo visto proseguire cocciutamente per la
sua strada, a volte mostrando la vecchia scorza
dark, più spesso dirazzando gioiosamente verso
ipotesi pop. Comunque lo abbiamo visto rimanere
in pista, continuando imperterrito a comporre.
E proprio in occasione del lancio dell'ultima
fatica dei Cure
la band ritorna sulle scene scorrazzando per il
bel paese.
L'ambito palco di Imola è dunque l'occasione
per testare i nuovi brani davanti a un pubblico
folto. Chi ben conosce l'attività concertistica
di Smith ha fissi nella memoria i ricordi di esibizioni-fiume,
happening capaci di avvicinarsi alle tre ore di
durata; questo l'Heineken Jammin' Festival, nei
suoi ritmi serrati, non può permetterlo, inficiando
come vedremo buona parte dell'esibizione.
I brani tratti dall'ultimo lavoro non convincono
appieno, mostrando ben presto la corda. Ripetitività
dispensata in lunghe e languide ballate, con i
riflessi dark oramai annacquati e la voce del
leader che resta l'unico motivo di interesse.
Ovviamente bisogna aspettare la verifica in studio,
ma a un primo ascolto l'impressione è quella di
trovarsi di fronte a canzoni prive di alcuna verve
e, il che sarebbe abbastanza grave, prive di una
reale motivazione artistica. Un'ispirazione latitante
che sembra ravvivarsi solo in un brano, nel quale
la fusione degli strumenti si fa meno monotona
e la voce di Smith torna a vibrare come in passato.
Anche il pubblico più affezionato accoglie tiepidamente
le nuove composizioni, in attesa di tornare ad
assaporare i classici che hanno reso celebre il
nome del gruppo. Classici che vengono distillati
con un'avarizia inconsueta, ma che dimostrano
definitivamente l'eccezionale statura live della
band. Tra una memorabile "Pictures of You" e una
"Push" ai limiti della perfezione c'è spazio e
tempo per emozionarsi, lasciandosi condurre in
atmosfere lugubri e calde, strazianti e gotiche
(laddove riprese di brani come "Inbetween Days"
e "Just Like Heaven" mostrano il lato più splendidamente
pop della band). Tracce di maledettismo contemporaneo,
glamour funebre e disperante.
Nel ritorno sul palco finale c'è spazio per le
tastiere epiche di "Play for Today", fino a concludere
tutto in una versione dilatata di "A Forest" espansa
in una serie di assoli e di fraseggi fino all'apoteosi
del pubblico a tenere la ritmica del basso con
il battito di mani. Un modo perfetto per concludere
una performances buona ma costretta in un lasso
di tempo non adatto all'enfasi concertistica della
band. Nessuno voleva un concerto da greatest hits,
nessuno pensava di assistere ad un'esibizione
promozionale: il tutto, mal calibrato, risulta
monco e non completamente soddisfacente.
Scaletta:
Lost
Fascination Street
Before Three
The End of the World
Lovesong
Push
Inbetween Days
Just Like Heaven
Jupiter Crash
Pictures of You
Us or Them
Maybe Someday
From the Edge of the Deep Green Sea
alt.end
One Hundred Years
Disintegration
The Promise
Bis:
Play for Today
A Forest
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