Martellamenti di sottofondo, rumori ovattati,
riverberi, voci impazzite ed improvvisi rigurgiti
di chitarra. Musica frastagliata, ondivaga, improvvisa,
deflagrante e spezzata. Così si presenta questo
"Here Comes the Indian", ultima fatica degli Animal
Collective di Panda Bear e soci; musica folle
- ma con degli pseudonimi del genere come ci si
poteva aspettare qualcosa di diverso? -, che trova
nell'incipit "Native Bell" un terreno fertile
su cui dipanarsi e mostrarsi nella sua frastornante
complessità.
Spiroidale e catacombale l'incedere di "Hey Light",
che si sviluppa con una batteria incessante, una
serie di schitarrate acide e voci ubriache, ripetitive
e vagamente annoiate, mentre si fanno strada i
soliti "versi di animali" che riempiono di fatto
l'album, come ectoplasmi quasi invisibili eppure
inafferrabili. La musica si spegne lasciando spazio
ad un irregolare battito di mani, snervante, altrettanto
inafferrabile. Ecco, forse è inafferrabile
la parola chiave per questo lavoro: schegge impazzite
che non possono (o non devono?) trovare una collocazione
definita, anarchie strutturali tese esclusivamente
allo stravolgimento della forma canzone, che diviene
stirata, impalpabile, praticamente inesistente.
Avanguardia psichedelica, se vogliamo trovargli
una definizione a tutti i costi: folle e drogata
ma, che sia chiaro, pensata e diretta con una
lucidità di non semplice comprensione. Come spiegarsi
altrimenti la melodia sotterranea - e sotterrata!
- di "Infant Dressing Table"? Otto minuti e passa
nel quale rumori, riverberi e versi sono sfruttati
come coperta di una semplice e struggente melodia
folk, che per prendere il sopravvento è "costretta"
a diventare a sua volta verso reiterato in un
crescendo rumoristico di raro spessore emotivo.
A tratti sembra quasi che l'Incredible String
Band sia entrata in collisione con l'ipotesi industriale
di fine anni '70, in un mondo in cui la radio
trasmette rimbombi di altri pianeti, suoni siderali
ed onde cosmiche (l'angosciante universo che lancia
il suo grido di paura in "Panic", ma anche e soprattutto
gli schizzi di rumore che pervadono l'intera opera).
Trovata la coordinata giusta per aggrapparsi
a questa esperienza musicale è arduo non lasciarsi
travolgere e inglobare dall'intensità delle idee
di questo collettivo animale: e si arriva addirittura
a farsi cullare, per quanto possibile, dal frinire
di grilli - o è feedback? - che apre i dodici
minuti di "Two Sails on a Sound", in cui convivono
aritmici battiti di cassa, riverberi, un pianoforte
spettrale, voci dallo spazio, una linea vocale
dimessa accompagnata da versi figli dei barriti
dell'"Effervescing Elephant" di barrettiana memoria.
Una delle sfide sonore più dure degli ultimi anni,
evitando qualsiasi concessione all'immediatezza.
Bisogna avere una predisposizione d'animo e una
pazienza non indifferente per apprezzare in pieno
questo piccolo, geniale capolavoro, ma vi assicuro
che ne vale la pena; l'importante è non farsi
spaventare da questo oceano di rumori senza apparente
logica né spiraglio. Perché c'è anche la possibilità
di divertirsi, eccome, lasciandosi trascinare
in una baraonda infernale dalla stupefacente "Slippi"
in cui la band si riappropria in toto delle proprie
matrici tribali - dopotutto l'intero album è una
ricerca del proprio passato tribale, come evoca
chiaramente il titolo - prima di abbandonare il
lettore cd coerentemente con "Too Soon", specchio
fin troppo inequivocabile dell'indole musicale
della band. Freak del nuovo millennio, questa
sia la vostra bibbia!
collegamenti su MusiKàl!
Animal Collective - Sung
Tongs
Animal Collective - Intervista
(19-7-2004)