Hellequin è un demone. Vaga per i campi
di battaglia alla ricerca dei cadaveri più
valorosi, per farli combattere con sé per
l’eternità. Predestinazione, sconfitta,
amore, morte, violenza: c’è tutto
questo nella vita, e anche nelle canzoni di Cesare
Basile che, passo dopo passo, si avvicina sempre
più alla propria visione del blues. Ancora
meno accessibile del precedente “Gran
calavera elettrica” – che si reggeva
sulle densità di splendide chitarre –
“Hellequin song” asciuga ulteriormente
i suoni, li rende essenziali e in equilibrio perfetto:
le canzoni si appoggiano spesso al pianoforte,
scelgono toni intimi, mai gridati, ma la tensione
è evidente e tutto è sempre sul
punto di scoppiare.
Un Hammond sale piano tra le spazzole, il contrabbasso
e il banjo: è “Dal cranio”
a dare il via al disco, fondendo amore, religione
e violenza in maniera inestricabile (“Inchiodato
all’amore / crocefisso di spalle…”
sono le prime parole che ascoltiamo); un pianoforte
dal suono quasi classico detta il passo, sul tempo
dispari della magnifica “Finito questo”,
mentre il romanticismo disperato di un Nick
Cave deflagra tra i fuzz Bauhaus del singolo
“Fratello gentile”; tre voci si intrecciano
nel blues cisposo di “Odd man blues”;
un valzer pianistico si fa strada tra parole assurde
e una batteria scudisciata (“Il deserto”);
l’elettrica scalcia come un puledro impaziente,
le dissonanze vengono trattenute dai riverberi.
E poi, improvvisamente, tutto si fa dolce: “To
speak of love” è una meraviglia in
cui pianoforte e violoncello dialogano lontani,
il contrabbasso si flette per farli toccare su
parole bellissime (“There’s a beauty
case to keep the stolen words, they speak of love”).
È forse il punto più alto del disco,
dove ogni cosa è perfetta, ed emerge il
lavoro fantastico di John Parish ai suoni: la
canzone è solo in apparenza nuda, ma in
realtà è piena di suoni, e ogni
dettaglio è essenziale e perfetto.
“Hellequin song” è un disco
di dettagli magnifici: l’attacco jazzato
del pianoforte di Michela Manfroi e del contrabbasso
di Giorgia Poli (l’eredità degli
Scisma non è andata persa) in “Continuous
lover, silent sister”, o la malinconia della
fisarmonica di “Usa tutto l’amore
che porto” (quasi una canzone di Leo Ferrè
rifatta dai Têtes de Bois); o ancora gli
strumenti che cercano la melodia e la fanno crescere
fino alla distorsione finale in “Ceaseless
and fierce” (tra gli Scisma e il Mark Lanegan
di “I’ll take care of you”),
fino alla serenità di “Stella and
the Burning heart”… sono questi momenti
indimenticabili a fare di “Hellequin song”
un disco prezioso che parla il linguaggio del
blues, personale e universale.
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