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CESARE BASILE
Hellequin Song (Mescal / Sony, 2006)
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di Daniele Paletta scrivi un'email

Hellequin è un demone. Vaga per i campi di battaglia alla ricerca dei cadaveri più valorosi, per farli combattere con sé per l’eternità. Predestinazione, sconfitta, amore, morte, violenza: c’è tutto questo nella vita, e anche nelle canzoni di Cesare Basile che, passo dopo passo, si avvicina sempre più alla propria visione del blues. Ancora meno accessibile del precedente “Gran calavera elettrica” – che si reggeva sulle densità di splendide chitarre – “Hellequin song” asciuga ulteriormente i suoni, li rende essenziali e in equilibrio perfetto: le canzoni si appoggiano spesso al pianoforte, scelgono toni intimi, mai gridati, ma la tensione è evidente e tutto è sempre sul punto di scoppiare.

Un Hammond sale piano tra le spazzole, il contrabbasso e il banjo: è “Dal cranio” a dare il via al disco, fondendo amore, religione e violenza in maniera inestricabile (“Inchiodato all’amore / crocefisso di spalle…” sono le prime parole che ascoltiamo); un pianoforte dal suono quasi classico detta il passo, sul tempo dispari della magnifica “Finito questo”, mentre il romanticismo disperato di un Nick Cave deflagra tra i fuzz Bauhaus del singolo “Fratello gentile”; tre voci si intrecciano nel blues cisposo di “Odd man blues”; un valzer pianistico si fa strada tra parole assurde e una batteria scudisciata (“Il deserto”); l’elettrica scalcia come un puledro impaziente, le dissonanze vengono trattenute dai riverberi.

E poi, improvvisamente, tutto si fa dolce: “To speak of love” è una meraviglia in cui pianoforte e violoncello dialogano lontani, il contrabbasso si flette per farli toccare su parole bellissime (“There’s a beauty case to keep the stolen words, they speak of love”). È forse il punto più alto del disco, dove ogni cosa è perfetta, ed emerge il lavoro fantastico di John Parish ai suoni: la canzone è solo in apparenza nuda, ma in realtà è piena di suoni, e ogni dettaglio è essenziale e perfetto.

“Hellequin song” è un disco di dettagli magnifici: l’attacco jazzato del pianoforte di Michela Manfroi e del contrabbasso di Giorgia Poli (l’eredità degli Scisma non è andata persa) in “Continuous lover, silent sister”, o la malinconia della fisarmonica di “Usa tutto l’amore che porto” (quasi una canzone di Leo Ferrè rifatta dai Têtes de Bois); o ancora gli strumenti che cercano la melodia e la fanno crescere fino alla distorsione finale in “Ceaseless and fierce” (tra gli Scisma e il Mark Lanegan di “I’ll take care of you”), fino alla serenità di “Stella and the Burning heart”… sono questi momenti indimenticabili a fare di “Hellequin song” un disco prezioso che parla il linguaggio del blues, personale e universale.

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13 febbraio 2006


Track list:

1. Dal cranio
2. Finito questo
3. Fratello gentile
4. Odd man blues (kill your song files)
5. Il deserto
6. To speak of love
7. Dite al corvo che va tutto bene
8. Hellequin song
9. Le feste di ieri
10. Continuous lover, silent sister
11. Usa tutto l’amore che porto
12. Ceaseless and fierce
13. Tema di Laura
14. Stella & the Burning heart



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