L’incognita di un dj set è che il deejay,
di cui magari si conosce ed apprezza la produzione
discografica, mette generalmente sui piatti musica
altrui, che non sempre corrisponde musicalmente
ai suoi lavori , a volte neanche dal punto di
vista qualitativo. C’è così il rischio
sempre latente di venire delusi.
Nel caso di Hefner le aspettative sono state
più o meno soddisfatte. Eccettuato qualche
sporadico e frammentario ascolto radiofonico o
su Internet, non conoscevo l’artista inglese se
non di nome, per la fama che sì è
presto conquistata, o che gli è stata creata,
presso la stampa specializzata, a seguito dell’uscita
dell’album "Residue", per l’etichetta
Inertia. Si è affermato ad esempio che
il ventiseienne Lee Jones, questo il suo vero
nome, ha rinnovato con originalità la musica
da club grazie alla sua sapienza nel cogliere
ispirazione dai generi più disparati, a
un grande talento melodico e alle sonorità
jazzate che innesta nei suoi brani.
Nei pezzi proposti al Maffia i suoni jazzy non
erano un elemento coesivo della sua play list,
ma comunque uno dei vari ingredienti presenti.
E’ risultata senza dubbio comprovata la sua vena
eclettica, ed evidente il piacere nello spaziare
tra i vari generi, facendo incursioni in ambiti
differenti. Questo è stato l’elemento che
più ha colpito e che ha reso stimolante
e convincente la sua performance. Dopo un paio
di brani si è avuta l’impressione è
che Hefner volesse suggerire all’ascoltatore come
modo più idoneo per apprezzare la serata
quello di lasciarsi condurre da lui in una libera
esplorazione all’interno della musica, in un viaggio
avanti e indietro nel tempo, riconoscendo volta
a volta le diverse sonorità che si succedevano
e sovrapponevano senza soluzione di continuità.
Così, dopo il momento intermedio del
passaggio delle consegne con il dj residenziale
del Maffia Sound System, si è cominciato
subito a ballare sulle note di un brano che ricordava
certa party music degli anni sessanta, per spostarsi
poi su un pezzo decisamente conosciuto e molto
sentito da qualche mese a questa parte come "Red
Rose" del progetto francese dei St. Germain.
Alle atmosfere colorate di lounge, ai ritmi downtempo,
Hefner ha alternato spesso pezzi che si riallacciavano
al drum’n’bass e alla scena elettronica, ma che
in modo più diluito, e con un numero di
battute mai elevato. In alcuni brani si coglievano
ritmiche brasiliane, in altri gli accompagnamenti
di archi che facevano pensare a colonne sonore
da film anni settanta. Altri ancora avevano un
riconoscibile stile anni '80, o della disco a
cavallo tra i '70 e gli '80. In una canzone a
cantare c'era la voce di Grace Jones, dopo un
breve intro che è sembrato l’inizio di
"My Corazon" dei messicani "Titan",
se non fosse che con ogni probabilità questi
a loro volta l’avranno rubata chissà dove.
Altre tracce avevano coloriture soul oppure, ma
in modo appena accennato, funky. In una su un
impianto anni '80 era sovrapposta la cavalcata
di una tastiera che era un'evidente reminiscenza
della musica progressive degli anni '70. Anche
l'Argentina ha fatto la sua apparizione, sulle
note di un bandoneon suonato in un brano piuttosto
etereo, ma anche altrove sono stati presenti echi
di latin jazz o comunque di musica latina.
E queste sono solo alcune delle svariate suggestioni
che hanno arricchito l’esibizione di questo ex
studente di cinema irretito dall’infinito mondo
dei suoni.