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HEFNER
Concerto al Maffia (Reggio Emilia) (20 gennaio 2001)
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recensione di Luca Paltrinieri scrivi un'email


L’incognita di un dj set è che il deejay, di cui magari si conosce ed apprezza la produzione discografica, mette generalmente sui piatti musica altrui, che non sempre corrisponde musicalmente ai suoi lavori , a volte neanche dal punto di vista qualitativo. C’è così il rischio sempre latente di venire delusi.

Nel caso di Hefner le aspettative sono state più o meno soddisfatte. Eccettuato qualche sporadico e frammentario ascolto radiofonico o su Internet, non conoscevo l’artista inglese se non di nome, per la fama che sì è presto conquistata, o che gli è stata creata, presso la stampa specializzata, a seguito dell’uscita dell’album "Residue", per l’etichetta Inertia. Si è affermato ad esempio che il ventiseienne Lee Jones, questo il suo vero nome, ha rinnovato con originalità la musica da club grazie alla sua sapienza nel cogliere ispirazione dai generi più disparati, a un grande talento melodico e alle sonorità jazzate che innesta nei suoi brani.

Nei pezzi proposti al Maffia i suoni jazzy non erano un elemento coesivo della sua play list, ma comunque uno dei vari ingredienti presenti. E’ risultata senza dubbio comprovata la sua vena eclettica, ed evidente il piacere nello spaziare tra i vari generi, facendo incursioni in ambiti differenti. Questo è stato l’elemento che più ha colpito e che ha reso stimolante e convincente la sua performance. Dopo un paio di brani si è avuta l’impressione è che Hefner volesse suggerire all’ascoltatore come modo più idoneo per apprezzare la serata quello di lasciarsi condurre da lui in una libera esplorazione all’interno della musica, in un viaggio avanti e indietro nel tempo, riconoscendo volta a volta le diverse sonorità che si succedevano e sovrapponevano senza soluzione di continuità.

Così, dopo il momento intermedio del passaggio delle consegne con il dj residenziale del Maffia Sound System, si è cominciato subito a ballare sulle note di un brano che ricordava certa party music degli anni sessanta, per spostarsi poi su un pezzo decisamente conosciuto e molto sentito da qualche mese a questa parte come "Red Rose" del progetto francese dei St. Germain. Alle atmosfere colorate di lounge, ai ritmi downtempo, Hefner ha alternato spesso pezzi che si riallacciavano al drum’n’bass e alla scena elettronica, ma che in modo più diluito, e con un numero di battute mai elevato. In alcuni brani si coglievano ritmiche brasiliane, in altri gli accompagnamenti di archi che facevano pensare a colonne sonore da film anni settanta. Altri ancora avevano un riconoscibile stile anni '80, o della disco a cavallo tra i '70 e gli '80. In una canzone a cantare c'era la voce di Grace Jones, dopo un breve intro che è sembrato l’inizio di "My Corazon" dei messicani "Titan", se non fosse che con ogni probabilità questi a loro volta l’avranno rubata chissà dove. Altre tracce avevano coloriture soul oppure, ma in modo appena accennato, funky. In una su un impianto anni '80 era sovrapposta la cavalcata di una tastiera che era un'evidente reminiscenza della musica progressive degli anni '70. Anche l'Argentina ha fatto la sua apparizione, sulle note di un bandoneon suonato in un brano piuttosto etereo, ma anche altrove sono stati presenti echi di latin jazz o comunque di musica latina.

E queste sono solo alcune delle svariate suggestioni che hanno arricchito l’esibizione di questo ex studente di cinema irretito dall’infinito mondo dei suoni.



23 gennaio 2001


Track list:

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