Quando
David Bowie si mette a giocare con quella abusata
e bistrattata forma musicale chiamata "canzone",
sinceramente non ha rivali. Può darsi che
questo "Heathen" lascerà delusi
tutti quelli che si aspettano l'ennesimo miracolo
del Duca Bianco. Purtroppo questi si dovranno "accontentare"
di un ottimo album realizzato da un artista che
dopo trent'anni di una spettacolare carriera riesce
ancora a regalare momenti di grande musica.
"Heathen" si distanzia in maniera decisa
sia dai suoni post-industriali di "Outside"
e di "Earthling", sia dalle atmosfere
incolori di "Hours". Dovendo per forza
cercare dei parallelismi, possiamo parlare di un
"Low" più accessibile, più
adatto al formato canzone. In verità, tale
paragone non può non essere condizionato
dalla presenza come produttore di Tony Visconti,
vecchio compagno del Bowie più sperimentale.
Ciò che colpisce di questo disco è
l'atmosfera cupa e pesante che incombe su tutti
i brani. Eppure ciò che scaturisce è
una certa serenità interiore, libera da quella
paura di invecchiare e scomparire che pervadeva
"Hours".
La canzone di apertura, "Sunday", è
dominata da un tappeto di archi e da barbagli di
chitarre che illuminano a scatti un paesaggio sonoro
assolutamente desolante; su tutto, la voce funerea
di Bowie, ammaliante ed unica come sempre. Già
con il secondo brano, ci imbattiamo in una delle
cover che compongono il disco. "Cactus",
vecchio brano dei Pixies,
restituisce un po' di movimento al disco, senza
però spazzare via quella cappa di velata
malinconia che permane. Ma sono decisamente i brani
originali a farla da padrone. "Slip Away"
è una dolcissima ballata, accompagnata da
un etereo pianoforte, su cui si dipana una delle
indimenticabili melodie alla David Bowie. Decisamente
uno dei brani più riusciti del disco.
Come in tutti i dischi dei "vecchi leoni"
che si rispetti, anche qui troviamo la presenza
di ospiti illustri ad impreziosire il lavoro. E
come ospite illustre abbiamo nientemeno che Pete
Townshend che, tra un ennesimo tour autocelebrativo
degli Who e l'altro, trova il tempo di prestare
la sua chitarra ad un brano intenso come "Slow
Burn", decisamente più rock rispetto
all'intero album.
Un'altra presenza importante va segnalata nella
cover di Neil
Young "I've Been Waiting For You",
in cui troviamo la chitarra del Foo Fighter Dave
Grohl (già, proprio l'ex batterista di quel
gruppo che molti ragazzini credono ancora abbia
scritto "The Man Who Sold The World";
mah!). Anche qui l'energia rock sembra offuscare
momentaneamente la patina malinconica del disco.
Tutt'altra aria si respira con la cover di The Legendary
Stardust Cowboy, "I Took A Trip On A Gemini
Spaceship", in cui si rivivono le atmosfere
sincopate di "Earthling" senza però
affondare in un'orgia di drum machine e synth. Unica
concessione ai ritmi schiamazzanti del passato.
Perlopiù infatti la ritmica vive di batterie
a spazzola come in "I Would Be Your Slave",
in cui è la melodia e ovviamente l'intramontabile
voce di Bowie a dominare.
Sicuramente "Heathen" è un ottimo
disco, la cui unica colpa è di avere giganteschi
predecessori con cui è difficile fare i conti.
1.
Sunday
2. Cactus
3. Slip Away
4. Slow Burn
5. Afraid
6. I've Been Waiting For You
7. I Would Be Your Slave
8. I Took A Trip On A Gemini Spaceship
9. The Angels Have Gone
10. Everyone Says "Hi"
11. A Better Future
12. Heathen (The Rays)
I
commenti
ugo 7 agosto 2002
disco
carino, ma il Bowie che si cala nei panni
dei suoi famosi personaggi era un altra cosa,ziggy,aladdin,thin
white duke,detective Nathan Adler,ora mi sembra
troppo calmo,troppo riflessivo, comunque...parliamo
sempre di gente che cammina ad un palmo da
terra!!